RACCONTARE

  • TERRA DI MEZZO

    C’è gente che cammina alle nove di sera. Non me n’ero mai accorta, non ho mai camminato alle nove di sera a novembre inoltrato, per strade di paese.

    So di avere la macchina parcheggiata in quel tal parcheggio, ma so che potrei andare ovunque, solo per camminare.

    È buio e la gente al buio si nasconde meglio. Ombre che mi oltrepassano, ne intuisco solo il passo affrettato o lento, le forme che Accennano un movimento, forse ci saluteremmo se fosse giorno.

    L’asfalto è incrostato di crepe antiche, cambio marciapiede, uguale. Questo paese avrebbe davvero bisogno di cambiamento, io il cambiamento lo sto accogliendo.

    Una terra di mezzo al momento questa via fra il consueto e l’inaspettato.

    Rimango qui, nel ciò che è, non si può mai sapere.

  • I TETTI DEL NORD

    I TETTI DEL NORD

    I tetti del Nord portano dal cielo ondate di pioggia imminenti, contrastati da terre che non possono più accoglierle. Piangono all’ingiù, cascando e scivolando sugli antichi ricordi degli dei, che dall’alto guardano.

    All’interno delle loro case i silenzi potrebbero urlare, stacchi su toni contriti, paurosi, doloranti, davanti a televisioni sempre accese per evitare di mettersi lì, intorno, a vedere davvero cosa si potrebbe fare.

    Pause sudate in momenti senza fluidità, solo cibo e calcio e discussioni sui porta-ceneri pieni, non un sussulto, perfino gli occhi vivono finte lacrime da occhi irritati e l’aria è ferma, rimasta così dal tempo della sepoltura, più vivo che mai.

    E i tetti continuano a guardare all’ingiù e sopra, i morti, non si scompongono e sorridono delle nostre stronzate paradisiache, di un paradiso che abbiamo a portata di mano e non ci interessa.

    E la neve, negli inverni con il tè caldo fra le mani, bofonchia sui tetti del nord e si lascia andare, ovattando i suoni in lontananza. Ma ora è estate e il calore ci scioglie le idee e i pensieri luccicano persistenti, ne siamo capaci, e lo sappiamo, di rimanere ad ascoltare le voci dell’aldilà senza commentare alcunché, solo tenerci le mani, aperti verso l’ignoto.

    Soffiando sulle ceneri si potrebbe fare uscire dal camino tutto quello che più non serve, lasciarle salire lente dentro gli anfratti del cemento, si potrebbe poi aggiungere quel legno prezioso rimasto a osservare a lungo accanto al divano; avremmo un nuovo fuoco a ravvivare il luogo del silenzio, con un fumo dolce, su, verso i tetti del Nord.

    I tetti del Sud hanno ali bianche spiegate verso l’alto, guance ridenti di sole per accogliere il vento che si adagia piatto sopra di loro. Non c’è spigolo, solo anime che si incontrano fra cielo e cielo, apparecchiando terrazze dai profumi inebrianti, vini dionisiaci con le braccia aperte. I morti e i vivi si cambiano di posto perché è facile raggiungersi sui tetti del Sud. Lo spazio è spazio e canta canzoni a frequenze naturali.

    Ci si rilassa sui tetti del Sud, e oltre le finestre grondanti di calore ci sono tavoli imbanditi e giochi d’estate, chimere lasciate scomparire, fandonie che servono solo a riempire un racconto di nulla.

    Il silenzio torna intero, senza contrasti, si slegano i lacci che tanto fa paura slacciare e torniamo liberi di respirare e di parlare, quando e solo per piacere.  

  • SANTO STEFANO

    Tutto fermo
    Non si può mettere in musica
    Il silenzio
    Se è già musica

    Si fa festa anche così
    Col jazz nella radio
    E un cuscino avvolto intorno al collo,
    I pranzi che salgono dalle scale,
    I “ciao” nelle videochiamate in famiglia dei vicini,
    Il cielo bianco dalle tende abbassate

    Ho mangiato noci e mandarini
    Riscartato i regali un’altra volta,
    Acceso gli occhi sulle foto di ieri
    Ritrovato i pensieri

    E mai ho saputo desiderare
    Altro che questo,
    Mai sono stati tutti con me
    Come adesso
    Si abbassano le palpebre,
    Accennano le labbra un mezzo sorriso,
    Si rimane
    In attesa

    che finiscano
    I pranzi degli amici

    Calma sospesa 

  • LE CARATTERISTICHE DELL’AMORE

    Le caratteristiche dell’amore
    Hanno le sembianze di questo cielo notturno,
    Striato
    Multiforme

    Accampata
    Mi osservo
    E riconosco ogni piccolo movimento del mio cuore
    Ogni lacrima
    Ogni ardore
    Riconosco i gesti della gentilezza
    Della rabbia
    La pazienza nella speranza
    Il desiderio di sorpresa
    Il dolore
    L’attesa
    Riconosco questo lieve fresco sul viso
    Che mi ridà al presente
    L’ amore,
    serve anche
    A ri-conoscersi 

  • OLTRE IL CANCELLO II – GUARDANDO LA CITTA’

    Nel bosco dalle fronde intense
    Fitte sopra le nostre teste,
    Verdi come
    Gli acquerelli dei bambini
    Guardavamo le luci della città

    Ti accarezzavo gli occhi
    E Mentre suonavi una musica
    Di note nuove
    Decidemmo di partire

    Attraversammo la notte nera
    Su un treno dai finestrini abbassati
    Il vento gelido fra le tende volanti,

    Addormentati nel buio
    senza poterci toccare
    sentivamo il nostro odore arrivare freddo
    Come il vento,

    E poi arrivò il giorno,
    Il sole caldo ci investì
    Insieme a una terra ricca
    e promettente
    E potemmo rivederci
    Oltre il cancello
    Sopra le nostre teste 

  • OLTRE IL CANCELLO

    E se fuori piovesse a dirotto
    Dopo una festa
    E il cielo profumasse di prato umido,
    Se si sentisse il fresco estivo
    E il picchiettio della pioggia sui sassi del cortile,
    Se gli ospiti se ne fossero andati
    E ci fossero bicchieri e candele annacquati
    Sui tavoli vuoti,
    Se ci fossero tuoni sopra le nostre teste
    Oltre i gazebi
    E l’aria suonasse l’ultima voce ridanciana al cancello,

    Noi due
    Staremmo rintanati sotto il portico illuminato,
    Trattenuti in ascolto
    Ci terremmo le mani
    Solidali con la pioggia

    E saremmo grati
    Per la pienezza leggera del momento
    E sapremo del nostro amore giovane
    Ringiovaniti
    Finalmente liberi 

  • VISUALIZZAZIONE

    Ho messo in cerchio le emozioni
    Nella casa dei sogni,
    Le mani strette le une con le altre,
    Senza interruzioni
    Abbiamo giocato a rincorrerci,
    Senza mai davvero prenderci
    Tutte,
    Dalle migliori alle peggiori
    Senza classifica alcuna

    Il recinto della mente
    Ci stringeva intorno
    Ma il giardino
    voleva spazio
    E tempo
    E una veduta ampia
    Sull’ orizzonte
    Notte e giorno

    Ho tolto allora i paletti
    All’ INTERPRETAZIONE
    Lettere,
    Una dopo l’altra
    Involate lontane
    Il cielo ha preso tutti i colori
    Che potevano essere 

  • MIA MADRE AVEVA UN BEL NOME

    Rosa di dolci spine
    Rosa di petali intrisi
    Sfogliata dalla vita
    Rosa che non hai confini

    Stelo di amore eterno
    Foglie ridate alla terra
    Danzi sana nel cielo

    E Alba
    Di sole accennato,
    Ma pieno 

  • ON THAT BLUE NOTE

    ON THAT BLUE NOTE

    Un piano che da solo accenna note leggere, trasportando su atmosfere emozionali che fanno perdere il senso del reale, o lo riacquistano. Il palco è immerso in una bolla, da fuori si distingue il senso della storia che racconta. Contrabbasso e tromba diventano penne colorate intinte nell’inchiostro dei tasti in bianco e nero. Un calamaio a coda che apre il sipario.

    “C’è una strada parigina affiancata da tigli di un verde pregno. Inizio ‘900. Passanti col bavero alzato passeggiano al tramonto affiancati da donne in abiti svolazzanti, con ombrellini colorati dai manici d’avorio. Biciclette scorrono serene e sopra, in sella, i ragazzi tengono il manubrio con una mano sola, la testa voltata indietro, fischiando agli amici in ritardo lungo la via. E’ tiepida l’aria e l’ultimo sole si specchia sulle foglie dei tigli, che si piegano in preghiera, cupole che si agitano sbarazzine come le dita dei tasti di una tromba. Locali e Cafés accolgono tavolini all’aperto in bambù chiaro e fodere porpora. Il vociare è calmo come questa serata di mezza primavera, sale il fumo dei sigari fino ai tigli.

    Davanti all’ingresso la fila si fa fitta, lo spettacolo delle 20:30 sta per iniziare. Staccano i biglietti giovani universitari della Sorbona in cerca di soldi facili. Dentro è pura magia, in ghingheri di velluto blu china le poltroncine dei tavolini in legno chiaro, il bancone del bar in stile new York contorna le ultime file. Foto rubate agli artisti del nuovo jazz incorniciano la platea e in alto, in galleria, piccoli tavolini con al centro una lampada dalla luce fioca accolgono i ritardatari. Seduti in coppia o in compagnia, gli spettatori attendono i camerieri in nero per l’ordinazione. Vassoi tondi tenuti in bilico perfetto con una mano sola passano sopra le teste, si appoggiano i bicchieri in sottile silenzio, si spostano posate rallentando il movimento. Non c’è alcun rumore, passi di ballo su note che bastano. E’ una biblioteca di suoni.”

    Parigi diventa Milano e Milano Parigi in ogni finale e in ogni nuovo inizio di canzone.

    Piano, tromba, contrabbasso.

    Contrabbasso, piano, tromba.

    Sospesi tutti dentro il sogno che si chiama musica.

    Solo i nostri respiri e i gesti delle nostre sagome nella penombra.

    There, on That Blue Note.

  • LE STRADE SCONOSCIUTE

    Che bello andare per strade sconosciute, innominate, mai pervenute.
    Riportano al senso dell’ignoto e a un non senso che tanto fa respirare.
    Nulla da sapere, solo verde e campi e discese di sassi che alternano ruscelli.
    Qualche faccia incontrata sul ciglio, qualche bicicletta, cascine perse nel nulla.
    Rilassarsi fa mollare la presa, fa dire eccomi qua, è tutto ok, tutto perfetto così come è, anche se lui ancora manca,  al cuor non si comanda.
    Che bello andare per strade sconosciute, innominate, mai pervenute.
    Io il mio nome lo conosco bene e mi piace. Supportarlo è costato caro a volte.
    Eppure, in questo crocevia di fine strada, in silenzio, voglio svoltare ancora una volta a destra, verso casa e riprendere il cammino.
    Nel sacro ignoto del tutto a venire.
    Che bellezza.

  1. Avatar giovannacozzi

    Tanti auguri per il tuo blog, lo seguirò con piacere❤🧡💛

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1 commento su “RACCONTARE”

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