La mia anima a metà

Metà di tutto, tolgo. La gente parla di bagni al mare, di allenamenti low carbs, e anche di presupposti negativi che non portano a niente. L’intorno mi colpisce sempre, capto discorsi, attendo segni dell’universo.
Rivedo film che inneggiano alla vita, sento la leggerezza del momento, con la mia anima a metà fra ciò ché è stato e ciò che è. Pareggio i conti col passato, e tremo, per un futuro presente, a pochi passi.
Scrivere è ciò che rende lucida la mia esistenza, che calma i surrogati non miei.
Il resto sono passaggi di tempo.
Ogni realtà è realtà sospesa, non me lo dimentico.

Del resto la morte ha molto più fascino

I jeans buttati sulla sedia, insieme agli altri mille vestiti sospesi dei giorni scorsi. Vorrei vedere un film, ma è troppo tardi per tutto.


Il bagno, nello specchio un andirivieni di me che non so che farmene, fortunatamente il profumo del latte detergente proclama il mio esserci, presente e desiderosa di vita.


Ho i capelli arruffati dei sogni incorporati nel divenire della giornata, un andare che spesso non si vuole distaccare dal passato.
Metto la crema, la spalmo, roteando intorno al terzo occhio con intento.


Se la paura più grande è perdere tutto, allora l’ho già fatto, accumulare scarpe e integratori nel cassetto servirà a ben poco.


Se questo vuoto perfetto della notte avesse un senso anche col sole, sarebbe troppo.


Del resto la morte ha molto più fascino, metterò tacchi alti, rossetto e un sorriso domani,  ogni volta che me lo chiederanno.

Zitti, state zitti

C’è uno spazio da guardare fuori e dentro,  non c’è bisogno di parlare sempre.


Come potete altrimenti sentire emozioni e sensazioni e abbandonarvi al viaggio, se parlate continuamente?


Se impegnate la mente di parole?


Come potete ascoltare gli altri, se siete così impegnati su voi stessi?


Opinioni. Giudizi.


Ma godetevi ogni tanto l’intorno. In silenzio..


Rilassatevi.

Le cose cambiano come le creme

Le cose cambiano come le creme sul bordo del lavandino. Da un momento all’altro nuove marche. Dove e quando le ho comprate?

Cambiano, come i bambini che sempre piangono, eppure crescono e sembra di no.

Come i fratelli che vanno a Milano e tornano tardi la notte e prima non lo facevano.

Le cose cambiano, come i ponteggi nuovi su Villa Clerici e non me n’ero accorta.

Cambiano, nel corpo che avevo un anno fa e non è più lo stesso.

Nella visione di nuovi orizzonti, cambiano.

Rimangono,

i grilli nel silenzio della mia casa notturna, gli alluci che si sfregano fra loro sorridendo,

il cuore che batte,

il respiro che avvolge,

nell’istante immobile.

Il Natale dietro l’albero

Dietro l’albero, a ridosso del muro spoglio, metto da sempre meno palline colorate, non si vedono, ho sempre pensato. L’importante è la scena davanti agli occhi, ciò che appare.

Mi sono sempre chiesta come si senta l’altra faccia del pino, chi lo vede dal bianco del muro cosa direbbe?

Voglio mettermi dall’altra parte del Natale, osservando il vuoto dell’albero, voglio mettermi dall’altra parte ascoltando:

tutta la malinconia,

lo spaesamento,

la mancanza,

il silenzio,

l’oscurità.

Come una luna che non può esistere se non grazie alla sua metà.

L’energia dell’autunno

Colori gialli, rossi, mentre il buio arriva e porta altrove. Un’immersione nella notte della vita, un’immersione dentro.

L’autunno non fa scalpore nè scandalo, sembra non succeda niente, eppure porta con sé quel che serve a sentirsi vivi, ovvero la morte.

Tira fuori energie nascoste, troppo facili d’estate. Invoca dei rimasti in paziente attesa dietro i riflettori, non chiama per dimostrare, per farsi notare.

L’autunno è luna, una lanterna che affiora dal profondo ad illuminare l’essenziale.

D’autunno

Oramai siamo vestiti d’autunno, tranne qualche spavaldo in temperatura da T-shirt.
Ci si ritrova nei ristoranti all’interno, manca solo il fumo che esce dai fiati, come d’inverno.

Autunno e sento odore di rosa pervadere la casa la mattina. Casa senza rose, al momento. È un profumo che accompagna, mi segue in bagno, mi osserva. Persiste e non so da dove viene: è buono, avvolgente,
evanescente. Mi tiene stretta nel piacere di sentirlo, nel mistero di conoscerlo.

Rosalba, madre che di rosa sei fatta, sei qui con me?
Sono lontana da me stessa in questo periodo e non posso saperlo.
Lo desidero, come una mano che si appoggia sulla spalla, una ferita curata dal  cuore,  un’ipnosi che andrà per il verso giusto, l’ardore di una comunione di anime, la piena di soddisfazione.

E appunto è equinozio d’autunno, lacrime scendono, non sono convincenti, però, non al punto da addomesticarmi alla resa, fosse solo per una rosa. 

UNA CENA CON MIO FIGLIO

Andante moderato, dopo una giornata di curriculum e nuove prospettive. Una parentesi termale in cui tutto attrae,  ed è vacanza, spazio di campi e succo d’arancia, cieli nuovi, metamorfosi in atto, voglia di costanza.
Lui arriva al ristorante da dietro, quando meno me lo aspetto, ha il colore chiaro di un giovane uomo bellissimo, sul pezzo.
Siamo nel patio all’aperto, poche anime intorno, del vino bianco, una coca cola.

Cosa ci raccontiamo? Sta da suo padre da qualche mese e il desiderio di sentirmi  presente mi attende.
Ha 20 anni e non posso che ascoltarlo, ha 20 anni e il suo viso è quello autentico di uno che sa dove sta andando.
A cosa servo? A niente, un niente così evidente da essere super importante.
Mi racconta del ristorante, il nuovo contratto, settembre.
Gli dico della mia giornata, sono felice.
Lui è lì, davanti a me dall’altra parte del tavolo, io innamorata di lui e della sua esistenza.
Gli dei lo sanno, è un andirivieni che sa sempre stupire, è Amore.

CINCINNATI

Sinner gioca a Cincinnati, il guro del metodo, dell’obbiettivo, del voglio vincere.

Il mio gatto miagola insistente in questi giorni, inquieto e nel bisogno di chissà che.

Nella confusione più totale, l’unica cosa sicura è l’ansia, il respiro corto, i rimandi continui al passato, perché non torna? La riverenza alla mente non mi soddisfa più, ma lei insistente pretende attenzione, interpretazione, analisi; metterci distanza significherebbe vincere, andare avanti.

E avanti cosa sarò? Al momento un fiato corto, ma anche una stella che vuole esplodere, una bambina che vuole indietro i suoi giochi, quelli che le spettano per nascita, la nascita di una stella.

Sarà un trampolino questo sentirmi schiacciata, inesistente? Dovrei smettere di vivere, rimanere ferma e attendere? Qual è la gioia più grande? Immaginarmi nel cielo, ballando su una nuvola.

COM’E’ ANDATO L’INTERVENTO?

Giro intorno a questa camera già da un po’, mancano 5 ore. Gli occhi indagano dalla finestra un posto per andare a fumare, ma mi trattengo e per consolarmi accendo una sigaretta usa e getta al sapore di mirtillo, sperando che la bocchetta antincendio non mi tradisca.

Parametri, pressione, nome e cognome, data di nascita; mi infilano un braccialetto di carta riciclata tipo all-inclusive. La clinica potrebbe essere senz’altro un hotel stellato, non fosse per il letto anti-decubito coi comandi, il trespolo per la flebo e il campanello rosso di richiesta assistenza. C’è un divano azzurro contornato da una struttura in legno quasi altoatesina, profumi e creme nel bagno. E poi c’è Milano, fuori, in una delle sue vesti più attuali, zona residenziale Citylife. Un parco in stile liberty contorna la villa, in passato proprietà degli Alfa Romeo.

Sono le 13:30, decido di spogliarmi e infilarmi il camice ospedaliero. Fantastico un po’ su quel che verrà dopo, quando avrò una seconda anca, nuova di zecca. Mi sento piuttosto rilassata, consapevole.

Eccomi finalmente sul letto trasportabile, accompagnata nel blocco operatorio e sì, non vedo l’ora di attraversare il guado.

Dietro il vetro trasparente una luce calda mi accoglie, l’anestesista si avvicina: “Cosa desidera?”

Desidero ballare su un tappeto di fiori con un vestito ampio di seta, desidero poter camminare così tanto da ritrovarmi stremata e sudata davanti a un lago di montagna, desidero fare capriole nel mare senza timore e lasciarmi andare a ogni avventura possibile.

Al mio silenzio, lui mi guarda sgranando gli occhi e in cambio mi offre un’anestesia spinale, accompagnata da un cocktail endovena potentissimo. I miei occhi cominciano a vagare annacquati per la sala operatoria, si avverte musica da una radio vicina. I medici scherzano, gli assistenti mi preparano, comincio a non sentire più niente dalla vita in giù, resto immobile. Si fa viva l’ansia dell’animale che vuole fuggire dal pericolo. La dichiaro, dura un istante.

L’istante dopo sono oltre; oltre il perimetro delle pareti azzurre di questa stanza, oltre i bisturi e i guanti chirurgici del 7 e mezzo, oltre la musica della radio, i monitor, oltre le finestre che danno sul piano strada. Oltre me.

Sono in luogo indefinito, forse sto dormendo, o forse no. È il sogno vivido di uno spazio ampio, musicale, solare, pieno. Non ricordo altri dettagli, so che c’era una leggerezza mai saputa e aria di festa. Rimango nel sogno il tempo necessario, perché quando mi ridesto, tornando nella stanza, mancano pochissimi minuti alla fine dell’intervento.

È avvenuto qualcosa di inaspettato, mi trovo ora al di là del guado, il viso rilassato, pronta a risalire, a rinascere.