Mio padre

Mio padre è mio. Nessuno, oltre me, lo può contenere. Nessuno, oltre me, può sentirlo come lo sento io. Nessuno, oltre me, lo può integrare. È mio padre. Nessuno è la mia storia, senza di lui. Nessuno può farmi arrabbiare con me stessa, come lui. Nessuno può darmi pace con me stessa, come lui.

È mio padre, nella sua memoria,
che diventa la mia.
Mio padre,  nel mio desiderio di successo.
Mio padre, nel rapporto con mio figlio.
Mio padre, nell’uomo che non voglio
Mio padre, nell’amore che metto
Mio padre, nei soldi che spendo
Nel lavoro che scelgo,
Nel confine che intraprendo

Conoscenza di me,
Che gli passa accanto

Un uomo,
Che nel canto dell’esistenza
E dalla parte del cuore,
Rimane intatto

Voce interiore,
Accompagnamento
Ed esempio

E che nel silenzio
Trova il suo abbraccio

Autunno

Autunno. Ed era autunno un anno fa.
Ricordo qualche immagine, la nebbia nel parco di Villa Annoni, il tragitto fra le foglie sul Ticino.


Del resto i ricordi giungono quando è il momento, non quando ti metti a ricordare.


È autunno e fa già piacere il caldo degli spinaci al burro. Fanno piacere le voci basse, i movimenti lenti, la distanza fra le persone per le strade,  meno affollate, vuote.  


Fa piacere che diventi buio presto e pesto e non c’è più bisogno di rimanere accesi a oltranza.

La luce è vita,
Preferisco il buio
La luce invita,
Preferisco invitare
La luce è sana,
Preferisco trovarla dentro,
Che averla a disposizione
All’esterno
La luce è luce,
Il buio è il buio
E nella notte del mio sereno andare,
Rimango,
Toccando il silenzio,
E il mio tempo,
Senza combattere.

Esperimenti su me stessa. La lotta.

Un sorriso mi passa accanto, davanti agli occhi, mentre mi chiedo quel sorriso cosa sta pensando, si,  di me.

Seduta sola, davanti a un mondo che mi guarda e vuole.

E poi, sta pensando davvero di me?  E perché ho pensato che stesse pensando di me? Cosa dovrei fare per non pensare che stesse pensando di me? E perché dovrei pensare al mio non pensiero?


Urca, non so più cosa pensare. E questo fa soffrire.  Perché sentirmi libera di pensare è il meglio che mi possa capitare, idee, progetti, sensazioni ed emozioni. Perché nasconderle dietro?  Ecco, un’altra domanda del pensiero.


Tante volte mi sono chiesta:  da dove arriva tutto questo? L’analisi dell’analisi, lo sviscerare la mia mente per arrivare al nocciolo. Un sofisticato marchingenio, che mi fa compagnia.
Una lotta perpetua, che depone le sue armi solo davanti all’inarrivabile : un gatto che resta fermo, taciturno. ipnotizzato dall’infinito mistero.

Parole in ascolto

Quante delle parole dette ci corrispondono appieno? In modo autentico?
Quante sorgono dalle emozioni che stiamo vivendo e che magicamente trasformiamo? O parliamo solo per dare voce a una risposta dall’esterno?
Parlare per parlare o parlare per comunicare?
Quello che ho da dire nasce dell’ascolto accogliente. Nasce dalla mia apertura a togliermi di mezzo, per esserci sul serio.

Friarielli sulla lingua

Il friccicore dei friariarielli sulla lingua,

sento solo questo, adesso

Un ventilatore in faccia,

i capelli indietro, davanti

Acqua,

che va dalla bocca alla pancia.

Sventolano questi fogli che scrivo,

Sventolano i desideri di agosto,

mi tocco il viso,

la crema mi liscia la pelle,

i pensieri, anche.

Il pollice sulla giugulare

sente il cuore,

sente le ossa del collo,

le parole nella gola,

Quelle dette,

quelle trattenute,

quelle non ancora pronte

E’ un’estate di intenti,

E voglio disperdermi

Cosa avvicina di più alla morte?

Cosa avvicina di più alla morte, se non questo senso vitale, istintuale? Per esternare, senza timore, di sentimenti, di istanti, di vorace tutt’uno con l’esistenza? 

Per connettersi con l’intimo Amore e i tuoni e i lampi e i cordoni con gli altri?

L’infrastruttura cade, per lasciare respiro, voglia di abbracci, sguardi.

C’è qualcosa oltre me e oltre te, mentre parliamo, oltre il giudizio, l’obiettivo: un mistero, un campo.

Un racconto che non conosciamo, una storia d’altri tempi, di silenzi.

Un’impresa di intenti, dove non serve dimostrare di esistere, solo rimanere, esserci.

E poi, smettere, con gli sforzi.  Ma lasciarsi andare,  accogliendo.

Chiudendo gli occhi al mondo, mi inoltro nella mia notte. Lì lo spazio eterno, lì tutto il sole di cui ho bisogno, e lune e cieli infiniti del niente.

Non per morire, ma per il ritorno.

Niente fiori

Guido Ghirardini è morto, 65 anni. Lo annunciano la moglie Teresa, i figli Edoardo, Luisa e Juri.

Guido Ghirardini se n’è andato, io intanto non trovo la crema contorno occhi comprata due giorni fa. Dove l’avrò persa? E Guido Ghirardini, dove avrà lasciato la sua crema, prima che chiudesse gli occhi per sempre?

Che vita ha fatto? Dove poggia il suo corpo adesso? Ha amato sua moglie o aveva un’amante? Quali desideri lo hanno animato? Intanto, io, do da mangiare al gatto, prendo il sale e lo verso nel piatto, cammino a piedi nudi nella stanza, ascolto i discorsi animati dei vicini, mentre Guido Ghirardini, con le mani sul ventre, immobile, apparentemente, lascia la moglie Teresa, i figli Edoardo, Luisa e Juri, a guardarlo in una stanza piena di fiori.

Potrebbe anche alzarsi, dar da mangiare al gatto, prendere il sale e versarlo nel piatto. O camminare a piedi nudi nella stanza, ma nessuno ci crederebbe. Guido Ghirardini è morto, finito, chiuso il capitolo.

Io intanto annaspo per cercare la crema, organizzo la giornata di domani, interpreto parole appena dette, annaffio i fiori nuda sul balcone, ascolto il concerto da lontano in Villa Annoni, mentre Guido Ghirardini attende sepoltura. Vorrà essere cremato? Non importa, è lì, schierato e dritto a far parlare di sé come mai prima d’ora, parole di commiato, ricordi del suo lavoro, il giardino a cui teneva, i figli che non ascoltava.

La crema non si trova, l’ho cercata ovunque, scomparsa nel nulla, o forse atterrata nella borsa di un’altra donna, dopo che l’ho dimenticata alla cassa. Popolerà altri cassetti o mensole, riempirà rughe sconosciute, o verrà semplicemente abbandonata in attesa che qualcuno si accorga di lei.

Guido Ghirardini no, lui verrà ricordato, per un giorno, un mese, un anno, qualcuno lo vedrà stampato in una foto, fermo in quella stanza per molto tempo. Lui però non sarà più lì, avrà annaffiato il suo giardino e riposto la crema al posto giusto, mentre io la sto ancora cercando.

Niente fiori, solo opere di bene.

Luna d’asfalto

Il mare a Cormano è asfalto di litoranea come in Liguria, circondato da cemento, puzza di gasolio, caseggiati alti come grattacieli.
E marciapiedi con bimbi saltellanti a mezza notte, vestiti succinti, muscoli fuori, la luna si affaccia comunque.

Noi abbiamo parlato di emozioni e cambiamenti, mentre gli altri se ne stavano quieti ai tavoli coi loro discorsi di andazzo quotidiano.  Noi invece approfondiamo, sveliamo storie, immaginiamo scenari che portano lontano.
Al mare, per esempio, oltre i caseggiati di cemento, oltre i nostri stessi racconti, che si fanno sole sulle spiagge di Cormano.

Fuori, finite le sigarette, il caldo ci sospende nella notte, immobile; odori ci invadono dalle cucine,  dai tubi delle moto accanto, odori di viavai estivo, suoni di clacson, e nebbia, di semafori lampeggianti per occhi astigmatici.

C’è un mare da scoprire oltre la soglia, che ci tiene vigili nella valle di lacrime, un mare pregno, luminoso, come questa luna d’asfalto.

La mia anima a metà

Metà di tutto, tolgo. La gente parla di bagni al mare, di allenamenti low carbs, e anche di presupposti negativi che non portano a niente. L’intorno mi colpisce sempre, capto discorsi, attendo segni dell’universo.
Rivedo film che inneggiano alla vita, sento la leggerezza del momento, con la mia anima a metà fra ciò ché è stato e ciò che è. Pareggio i conti col passato, e tremo, per un futuro presente, a pochi passi.
Scrivere è ciò che rende lucida la mia esistenza, che calma i surrogati non miei.
Il resto sono passaggi di tempo.
Ogni realtà è realtà sospesa, non me lo dimentico.

Del resto la morte ha molto più fascino

I jeans buttati sulla sedia, insieme agli altri mille vestiti sospesi dei giorni scorsi. Vorrei vedere un film, ma è troppo tardi per tutto.


Il bagno, nello specchio un andirivieni di me che non so che farmene, fortunatamente il profumo del latte detergente proclama il mio esserci, presente e desiderosa di vita.


Ho i capelli arruffati dei sogni incorporati nel divenire della giornata, un andare che spesso non si vuole distaccare dal passato.
Metto la crema, la spalmo, roteando intorno al terzo occhio con intento.


Se la paura più grande è perdere tutto, allora l’ho già fatto, accumulare scarpe e integratori nel cassetto servirà a ben poco.


Se questo vuoto perfetto della notte avesse un senso anche col sole, sarebbe troppo.


Del resto la morte ha molto più fascino, metterò tacchi alti, rossetto e un sorriso domani,  ogni volta che me lo chiederanno.