Petizione per togliere Tajani dal suo posto e metterlo sul comodino

Metti un Tajani qualsiasi che diventa vice-presidente del consiglio…puff.

Metti che cominci ad apparire ovunque e in situazioni esilaranti. Un manuale di oratoria politica oltremodo sorprendente, un compendio di persuasione linguistica d’avanguardia, concentrati in un unico essere umano.

Metti che inizi a parlare e dopo i due punti si scatenino tutti con meme, battute, imitazioni, in questo mondo e in quell’altro.

Metti che il suo valore e il suo principale merito siano di rendere la vita delle persone più comica e ironica, e che abbia il talento di farci dimenticare i drammi dell’esistenza. Non avrebbe compiuto la sua missione e scoperto il suo superpotere?

Non rimane quindi altro, per rendergli giustizia, che spostarlo dal suo posto e metterlo sul comodino, un pupazzo simpatico con una lampadina nel culo e un mantello, per ricordarci della nostra autostima e addormentarci felici tutte le sere, col sorriso a fior di pelle.

Grazie Antonio, sei il nostro supereroe!

Mio padre

Mio padre è mio. Nessuno, oltre me, lo può contenere. Nessuno, oltre me, può sentirlo come lo sento io. Nessuno, oltre me, lo può integrare. È mio padre. Nessuno è la mia storia, senza di lui. Nessuno può farmi arrabbiare con me stessa, come lui. Nessuno può darmi pace con me stessa, come lui.

È mio padre, nella sua memoria,
che diventa la mia.
Mio padre,  nel mio desiderio di successo.
Mio padre, nel rapporto con mio figlio.
Mio padre, nell’uomo che non voglio
Mio padre, nell’amore che metto
Mio padre, nei soldi che spendo
Nel lavoro che scelgo,
Nel confine che intraprendo

Conoscenza di me,
Che gli passa accanto

Un uomo,
Che nel canto dell’esistenza
E dalla parte del cuore,
Rimane intatto

Voce interiore,
Accompagnamento
Ed esempio

E che nel silenzio
Trova il suo abbraccio

Autunno

Autunno. Ed era autunno un anno fa.
Ricordo qualche immagine, la nebbia nel parco di Villa Annoni, il tragitto fra le foglie sul Ticino.


Del resto i ricordi giungono quando è il momento, non quando ti metti a ricordare.


È autunno e fa già piacere il caldo degli spinaci al burro. Fanno piacere le voci basse, i movimenti lenti, la distanza fra le persone per le strade,  meno affollate, vuote.  


Fa piacere che diventi buio presto e pesto e non c’è più bisogno di rimanere accesi a oltranza.

La luce è vita,
Preferisco il buio
La luce invita,
Preferisco invitare
La luce è sana,
Preferisco trovarla dentro,
Che averla a disposizione
All’esterno
La luce è luce,
Il buio è il buio
E nella notte del mio sereno andare,
Rimango,
Toccando il silenzio,
E il mio tempo,
Senza combattere.

Esperimenti su me stessa. La lotta.

Un sorriso mi passa accanto, davanti agli occhi, mentre mi chiedo quel sorriso cosa sta pensando, si,  di me.

Seduta sola, davanti a un mondo che mi guarda e vuole.

E poi, sta pensando davvero di me?  E perché ho pensato che stesse pensando di me? Cosa dovrei fare per non pensare che stesse pensando di me? E perché dovrei pensare al mio non pensiero?


Urca, non so più cosa pensare. E questo fa soffrire.  Perché sentirmi libera di pensare è il meglio che mi possa capitare, idee, progetti, sensazioni ed emozioni. Perché nasconderle dietro?  Ecco, un’altra domanda del pensiero.


Tante volte mi sono chiesta:  da dove arriva tutto questo? L’analisi dell’analisi, lo sviscerare la mia mente per arrivare al nocciolo. Un sofisticato marchingenio, che mi fa compagnia.
Una lotta perpetua, che depone le sue armi solo davanti all’inarrivabile : un gatto che resta fermo, taciturno. ipnotizzato dall’infinito mistero.

Il tavolo della luna

Sulla passeggiata a mare c’è un tavolo sospeso proprio davanti alla luna.

È un tavolo apparecchiato a festa, con tovagliette svolazzanti a quadretti, forchette argentate e piatti con crepe dorate. È un tavolo che ricorda la tenerezza degli amori mano nella mano, mentre li vede passare da lontano. Che guarda i visi abbronzati dei padri con le figlie imbronciate affianco, i ragazzi fermi sul muretto a decidere che serata sarà,  un tavolo che scruta i passaggi dell’estate e ascolta, ascolta: voci improvvisate, sconosciute, veloci,  stralci di discorsi che messi insieme fanno una storia.

Un tavolo che si lascia infine dietro il frastuono, vede sorrisi stretti fra denti distanti, braccialetti comprati sulla spiaggia, bambini pensati per essere lasciati davanti a uno schermo, uomini che non corteggiano, parole che non escono, attraversate dal silenzioso suono delle onde, che invoca quello di Dio, dentro di noi per l’intero inverno.

Parole in ascolto

Quante delle parole dette ci corrispondono appieno? In modo autentico?
Quante sorgono dalle emozioni che stiamo vivendo e che magicamente trasformiamo? O parliamo solo per dare voce a una risposta dall’esterno?
Parlare per parlare o parlare per comunicare?
Quello che ho da dire nasce dell’ascolto accogliente. Nasce dalla mia apertura a togliermi di mezzo, per esserci sul serio.

Friarielli sulla lingua

Il friccicore dei friariarielli sulla lingua,

sento solo questo, adesso

Un ventilatore in faccia,

i capelli indietro, davanti

Acqua,

che va dalla bocca alla pancia.

Sventolano questi fogli che scrivo,

Sventolano i desideri di agosto,

mi tocco il viso,

la crema mi liscia la pelle,

i pensieri, anche.

Il pollice sulla giugulare

sente il cuore,

sente le ossa del collo,

le parole nella gola,

Quelle dette,

quelle trattenute,

quelle non ancora pronte

E’ un’estate di intenti,

E voglio disperdermi

Cosa avvicina di più alla morte?

Cosa avvicina di più alla morte, se non questo senso vitale, istintuale? Per esternare, senza timore, di sentimenti, di istanti, di vorace tutt’uno con l’esistenza? 

Per connettersi con l’intimo Amore e i tuoni e i lampi e i cordoni con gli altri?

L’infrastruttura cade, per lasciare respiro, voglia di abbracci, sguardi.

C’è qualcosa oltre me e oltre te, mentre parliamo, oltre il giudizio, l’obiettivo: un mistero, un campo.

Un racconto che non conosciamo, una storia d’altri tempi, di silenzi.

Un’impresa di intenti, dove non serve dimostrare di esistere, solo rimanere, esserci.

E poi, smettere, con gli sforzi.  Ma lasciarsi andare,  accogliendo.

Chiudendo gli occhi al mondo, mi inoltro nella mia notte. Lì lo spazio eterno, lì tutto il sole di cui ho bisogno, e lune e cieli infiniti del niente.

Non per morire, ma per il ritorno.

Niente fiori

Guido Ghirardini è morto, 65 anni. Lo annunciano la moglie Teresa, i figli Edoardo, Luisa e Juri.

Guido Ghirardini se n’è andato, io intanto non trovo la crema contorno occhi comprata due giorni fa. Dove l’avrò persa? E Guido Ghirardini, dove avrà lasciato la sua crema, prima che chiudesse gli occhi per sempre?

Che vita ha fatto? Dove poggia il suo corpo adesso? Ha amato sua moglie o aveva un’amante? Quali desideri lo hanno animato? Intanto, io, do da mangiare al gatto, prendo il sale e lo verso nel piatto, cammino a piedi nudi nella stanza, ascolto i discorsi animati dei vicini, mentre Guido Ghirardini, con le mani sul ventre, immobile, apparentemente, lascia la moglie Teresa, i figli Edoardo, Luisa e Juri, a guardarlo in una stanza piena di fiori.

Potrebbe anche alzarsi, dar da mangiare al gatto, prendere il sale e versarlo nel piatto. O camminare a piedi nudi nella stanza, ma nessuno ci crederebbe. Guido Ghirardini è morto, finito, chiuso il capitolo.

Io intanto annaspo per cercare la crema, organizzo la giornata di domani, interpreto parole appena dette, annaffio i fiori nuda sul balcone, ascolto il concerto da lontano in Villa Annoni, mentre Guido Ghirardini attende sepoltura. Vorrà essere cremato? Non importa, è lì, schierato e dritto a far parlare di sé come mai prima d’ora, parole di commiato, ricordi del suo lavoro, il giardino a cui teneva, i figli che non ascoltava.

La crema non si trova, l’ho cercata ovunque, scomparsa nel nulla, o forse atterrata nella borsa di un’altra donna, dopo che l’ho dimenticata alla cassa. Popolerà altri cassetti o mensole, riempirà rughe sconosciute, o verrà semplicemente abbandonata in attesa che qualcuno si accorga di lei.

Guido Ghirardini no, lui verrà ricordato, per un giorno, un mese, un anno, qualcuno lo vedrà stampato in una foto, fermo in quella stanza per molto tempo. Lui però non sarà più lì, avrà annaffiato il suo giardino e riposto la crema al posto giusto, mentre io la sto ancora cercando.

Niente fiori, solo opere di bene.