IL SESSO

l sesso è un gatto col naso all’insù, che annusa ogni cosa ci sia nell’aria. 

Il sesso è odore. La parola stessa lo sprigiona: quelle esse soavi che sibilano nel naso, lo inducono ad attivarsi, a procacciarsi la preda, a mettersi in moto.

Sudati, i corpi esalano il pungente profumo di un fiore appena sbocciato, pungente si, perché pregno del seme acido che è stato prima. 

In erba, si avviluppano come dolci e succose prugne, che ricordano i campi d’estate, il polline odoroso di spighe portate dal vento.

Il sesso ha odore di lievito, si dilata come nuvola che porta tempesta. E spinge, e soffia giù dalle narici un respiro che è mistero. 

Sul campo non ci sono più né preda né predatore; rimangono corpi bagnati, stravolti dall’odore fugace, come solo gli amori sanno essere. 

QUESTO E’ QUANTO

Un uomo gira nervoso intorno, soffia dal naso. Chi è? Si ferma, aspira la sigaretta, guarda dritto, rientra.
Momenti, come al riavvolgere del nastro.
Mi porti il salame dolce?
Si, il nastro, di dieci minuti fa.
Una famiglia inglese, sta al b&b qui sotto,
Parliamo, un ponte, poche parole, neri come la pece, vedo solo Londra, la vita costosa, inneggiamo alla vita.
E ancora, nel momento, piatti che sbattono, mio cuore che piange, ventola che ordina, di rientrare a casa.
Potrei anche rimanere qua per la sera intera, chi se ne accorge?
Divago, mi accendo al pensiero di una cena con una cara amica, penso che la realtà è il momento che sto vivendo.
Sento tutta la tristezza, tutto l’infinito amore e compassione per me stessa.
Questo è quanto. 

UN’ESTATE OLIMPIONICA

La cittadina al sole vive stamani di turisti lenti, vetrine in attesa, tovaglie che svolazzano per il pranzo.

L’hotel Piroscafo, all’ombra delle barche, guarda sulla piazza l’acqua ondeggiare di luce tenue e verde, il vociare è dolce come il vento accennato che a tratti si fa vivo. Mi colpisce un odore di fragola inaspettato per il luogo, una famiglia di lingua nordica si siede dietro di me, permettendomi di nascondermi senza più sapere dove sono.

Lentamente, lentamente, come l’estate vuole, moto spompe parcheggiate a ogni dove. E gabbiani, a filo sull’acqua, planando come Livingstone, urlando di esserci. E targhe gialle francesi: com’è che fate nuotare gli atleti nella Senna? Bella questa donna in bianco che mi passa vicino. quale sarà il tuo destino? Ammutolita davanti a uno che la scruta, parla di temperature, di clima afoso.

E’ tutto mio questo albergo, seduta nel centro della hall, anime di persone che vanno e vengono. Basterebbe un cenno, uno qualsiasi, diverso da quelli che mi vedono come ospite. E’ un uomo bellissimo, chissà che vita ha fuori di qui. Mi domando se voglio scoprirlo, in verità vorrei essere io ad essere scoperta. Vvorrei essere la scoperta di qualcuno, in questa gloriosa estate olimpionica, ecco la mia medaglia.

Lasciarsi scoprire, lasciarsi scoprire. Che ci vuole?

E poi quietarsi, sentire il culo poggiato sul lettino, gli occhi ondeggianti dalla musica soffusa, lettura di momenti e di segni, i buoni auspici dei sogni. La piscina riempie quasi tutti gli spazi, una sposa festeggia con le amiche, i nonni giocano coi nipoti. L’acqua mi trasporta in leggerezza, su di un filo che toglie ogni penosa gravità al mio corpo, ne godo finché posso. Ciò che più mi manca, qui, è la parola parlata, scambiata con occhi e sensazioni, prospettiva di emozioni. Ma si dice anche coi silenzi, si sente anche con gli sguardi.

L’uomo è fatto di educati discorsi, scambi di perifrasi da scoprire, accenni di esistenza. E’ tutto senza slanci, tutto contenuto in pochi passi. Se mi piace? Sì, e mi perdo in fantasie da fiato sospeso e vorrei che fosse qui, adesso, anche solo per stanotte.

Un’ultima notte di pochi giorni di lago all’Hotel Piroscafo, il solo grado che mi separa dall’essere totalmente felice, in pace, con tutta la vita davanti.

CAMBIARE STAGIONE

Ho un vestito nero appeso di cotone e subito dietro la camicia a quadri rossa delle serate invernali. Ho un ombrello sotto al sedile, una coperta azzurra nel baule e il costume pronto per il mare sulla sedia.

È un tempo convulso da stare a guardare, irrequieto e mutevole come mai possa ricordare. Percorre le orme senza fiato di un mondo impazzito, che se gli dai retta o ci fai a pugni, rischi di rimanerci sotto.

Loro corrono, corrono per le strade inebetiti, si mangiano Hamburger e parole per non capire, prendono sul serio ogni gioco di giostra che turbina nella loro orbita e scherzano quando c’è da stare seri. Fanno richieste senza soggetto, te ne fanno altre senza verbo.

È una metastasi che crede di stare bene, un racconto al contrario.

Sono tentacoli da cui svincolarsi, serie TV senza capo né coda, pipistrelli che si vogliono avvinghiare.

Al confine li vedo, rischiando di infrangere gli specchi, ora però torno al potere del cuore per cambiare stagione.

NAJMA, IL GATTO DELLE BOLLE

Lento, il gatto delle bolle si avvicina.

E’ un walzer caraibico fino alla visione che gli interessa.

Si impenna, fa la gobba e si arrotola la coda. Osserva.

La sua è una commovente contemplazione di minuscoli movimenti dal basso verso l’alto, che lo attraggono nella bottiglia. Fermo, rimane così, il capino lieve che si sposta, si abbassa, all’unisono con le rotonde, insignificanti bollicine che attraversano l’acqua.

E’ una meditazione dei sensi, è lo stare, è il perdersi lento in un mare sconosciuto; un quadro esoterico, una miccia, una scintilla da tenere accesa, è lo sbadiglio che si fa presente ogni tanto, è interesse allo stato primordiale.

E io… desidero tanto fondermi con lui, il gatto delle bolle, nella perfezione di questo istante pieno.

TERRA DI MEZZO

C’è gente che cammina alle nove di sera. Non me n’ero mai accorta, non ho mai camminato alle nove di sera a novembre inoltrato, per strade di paese.

So di avere la macchina parcheggiata in quel tal parcheggio, ma so che potrei andare ovunque, solo per camminare.

È buio e la gente al buio si nasconde meglio. Ombre che mi oltrepassano, ne intuisco solo il passo affrettato o lento, le forme che Accennano un movimento, forse ci saluteremmo se fosse giorno.

L’asfalto è incrostato di crepe antiche, cambio marciapiede, uguale. Questo paese avrebbe davvero bisogno di cambiamento, io il cambiamento lo sto accogliendo.

Una terra di mezzo al momento questa via fra il consueto e l’inaspettato.

Rimango qui, nel ciò che è, non si può mai sapere.

I TETTI DEL NORD

I tetti del Nord portano dal cielo ondate di pioggia imminenti, contrastati da terre che non possono più accoglierle. Piangono all’ingiù, cascando e scivolando sugli antichi ricordi degli dei, che dall’alto guardano.

All’interno delle loro case i silenzi potrebbero urlare, stacchi su toni contriti, paurosi, doloranti, davanti a televisioni sempre accese per evitare di mettersi lì, intorno, a vedere davvero cosa si potrebbe fare.

Pause sudate in momenti senza fluidità, solo cibo e calcio e discussioni sui porta-ceneri pieni, non un sussulto, perfino gli occhi vivono finte lacrime da occhi irritati e l’aria è ferma, rimasta così dal tempo della sepoltura, più vivo che mai.

E i tetti continuano a guardare all’ingiù e sopra, i morti, non si scompongono e sorridono delle nostre stronzate paradisiache, di un paradiso che abbiamo a portata di mano e non ci interessa.

E la neve, negli inverni con il tè caldo fra le mani, bofonchia sui tetti del nord e si lascia andare, ovattando i suoni in lontananza. Ma ora è estate e il calore ci scioglie le idee e i pensieri luccicano persistenti, ne siamo capaci, e lo sappiamo, di rimanere ad ascoltare le voci dell’aldilà senza commentare alcunché, solo tenerci le mani, aperti verso l’ignoto.

Soffiando sulle ceneri si potrebbe fare uscire dal camino tutto quello che più non serve, lasciarle salire lente dentro gli anfratti del cemento, si potrebbe poi aggiungere quel legno prezioso rimasto a osservare a lungo accanto al divano; avremmo un nuovo fuoco a ravvivare il luogo del silenzio, con un fumo dolce, su, verso i tetti del Nord.

I tetti del Sud hanno ali bianche spiegate verso l’alto, guance ridenti di sole per accogliere il vento che si adagia piatto sopra di loro. Non c’è spigolo, solo anime che si incontrano fra cielo e cielo, apparecchiando terrazze dai profumi inebrianti, vini dionisiaci con le braccia aperte. I morti e i vivi si cambiano di posto perché è facile raggiungersi sui tetti del Sud. Lo spazio è spazio e canta canzoni a frequenze naturali.

Ci si rilassa sui tetti del Sud, e oltre le finestre grondanti di calore ci sono tavoli imbanditi e giochi d’estate, chimere lasciate scomparire, fandonie che servono solo a riempire un racconto di nulla.

Il silenzio torna intero, senza contrasti, si slegano i lacci che tanto fa paura slacciare e torniamo liberi di respirare e di parlare, quando e solo per piacere.  

SANTO STEFANO

Tutto fermo
Non si può mettere in musica
Il silenzio
Se è già musica

Si fa festa anche così
Col jazz nella radio
E un cuscino avvolto intorno al collo,
I pranzi che salgono dalle scale,
I “ciao” nelle videochiamate in famiglia dei vicini,
Il cielo bianco dalle tende abbassate

Ho mangiato noci e mandarini
Riscartato i regali un’altra volta,
Acceso gli occhi sulle foto di ieri
Ritrovato i pensieri

E mai ho saputo desiderare
Altro che questo,
Mai sono stati tutti con me
Come adesso
Si abbassano le palpebre,
Accennano le labbra un mezzo sorriso,
Si rimane
In attesa

che finiscano
I pranzi degli amici

Calma sospesa 

LE CARATTERISTICHE DELL’AMORE

Le caratteristiche dell’amore
Hanno le sembianze di questo cielo notturno,
Striato
Multiforme

Accampata
Mi osservo
E riconosco ogni piccolo movimento del mio cuore
Ogni lacrima
Ogni ardore
Riconosco i gesti della gentilezza
Della rabbia
La pazienza nella speranza
Il desiderio di sorpresa
Il dolore
L’attesa
Riconosco questo lieve fresco sul viso
Che mi ridà al presente
L’ amore,
serve anche
A ri-conoscersi 

OLTRE IL CANCELLO II – GUARDANDO LA CITTA’

Nel bosco dalle fronde intense
Fitte sopra le nostre teste,
Verdi come
Gli acquerelli dei bambini
Guardavamo le luci della città

Ti accarezzavo gli occhi
E Mentre suonavi una musica
Di note nuove
Decidemmo di partire

Attraversammo la notte nera
Su un treno dai finestrini abbassati
Il vento gelido fra le tende volanti,

Addormentati nel buio
senza poterci toccare
sentivamo il nostro odore arrivare freddo
Come il vento,

E poi arrivò il giorno,
Il sole caldo ci investì
Insieme a una terra ricca
e promettente
E potemmo rivederci
Oltre il cancello
Sopra le nostre teste