Un uomo gira nervoso intorno, soffia dal naso. Chi è? Si ferma, aspira la sigaretta, guarda dritto, rientra.
Momenti, come al riavvolgere del nastro.
Mi porti il salame dolce?
Si, il nastro, di dieci minuti fa.
Una famiglia inglese, sta al b&b qui sotto,
Parliamo, un ponte, poche parole, neri come la pece, vedo solo Londra, la vita costosa, inneggiamo alla vita.
E ancora, nel momento, piatti che sbattono, mio cuore che piange, ventola che ordina, di rientrare a casa.
Potrei anche rimanere qua per la sera intera, chi se ne accorge?
Divago, mi accendo al pensiero di una cena con una cara amica, penso che la realtà è il momento che sto vivendo.
Sento tutta la tristezza, tutto l’infinito amore e compassione per me stessa.
Questo è quanto.
Categoria: RACCONTARE
UN’ESTATE OLIMPIONICA
La cittadina al sole vive stamani di turisti lenti, vetrine in attesa, tovaglie che svolazzano per il pranzo.
L’hotel Piroscafo, all’ombra delle barche, guarda sulla piazza l’acqua ondeggiare di luce tenue e verde, il vociare è dolce come il vento accennato che a tratti si fa vivo. Mi colpisce un odore di fragola inaspettato per il luogo, una famiglia di lingua nordica si siede dietro di me, permettendomi di nascondermi senza più sapere dove sono.
Lentamente, lentamente, come l’estate vuole, moto spompe parcheggiate a ogni dove. E gabbiani, a filo sull’acqua, planando come Livingstone, urlando di esserci. E targhe gialle francesi: com’è che fate nuotare gli atleti nella Senna? Bella questa donna in bianco che mi passa vicino. quale sarà il tuo destino? Ammutolita davanti a uno che la scruta, parla di temperature, di clima afoso.
E’ tutto mio questo albergo, seduta nel centro della hall, anime di persone che vanno e vengono. Basterebbe un cenno, uno qualsiasi, diverso da quelli che mi vedono come ospite. E’ un uomo bellissimo, chissà che vita ha fuori di qui. Mi domando se voglio scoprirlo, in verità vorrei essere io ad essere scoperta. Vvorrei essere la scoperta di qualcuno, in questa gloriosa estate olimpionica, ecco la mia medaglia.
Lasciarsi scoprire, lasciarsi scoprire. Che ci vuole?
E poi quietarsi, sentire il culo poggiato sul lettino, gli occhi ondeggianti dalla musica soffusa, lettura di momenti e di segni, i buoni auspici dei sogni. La piscina riempie quasi tutti gli spazi, una sposa festeggia con le amiche, i nonni giocano coi nipoti. L’acqua mi trasporta in leggerezza, su di un filo che toglie ogni penosa gravità al mio corpo, ne godo finché posso. Ciò che più mi manca, qui, è la parola parlata, scambiata con occhi e sensazioni, prospettiva di emozioni. Ma si dice anche coi silenzi, si sente anche con gli sguardi.
L’uomo è fatto di educati discorsi, scambi di perifrasi da scoprire, accenni di esistenza. E’ tutto senza slanci, tutto contenuto in pochi passi. Se mi piace? Sì, e mi perdo in fantasie da fiato sospeso e vorrei che fosse qui, adesso, anche solo per stanotte.
Un’ultima notte di pochi giorni di lago all’Hotel Piroscafo, il solo grado che mi separa dall’essere totalmente felice, in pace, con tutta la vita davanti.
CAMBIARE STAGIONE
Ho un vestito nero appeso di cotone e subito dietro la camicia a quadri rossa delle serate invernali. Ho un ombrello sotto al sedile, una coperta azzurra nel baule e il costume pronto per il mare sulla sedia.
È un tempo convulso da stare a guardare, irrequieto e mutevole come mai possa ricordare. Percorre le orme senza fiato di un mondo impazzito, che se gli dai retta o ci fai a pugni, rischi di rimanerci sotto.
Loro corrono, corrono per le strade inebetiti, si mangiano Hamburger e parole per non capire, prendono sul serio ogni gioco di giostra che turbina nella loro orbita e scherzano quando c’è da stare seri. Fanno richieste senza soggetto, te ne fanno altre senza verbo.
È una metastasi che crede di stare bene, un racconto al contrario.
Sono tentacoli da cui svincolarsi, serie TV senza capo né coda, pipistrelli che si vogliono avvinghiare.
Al confine li vedo, rischiando di infrangere gli specchi, ora però torno al potere del cuore per cambiare stagione.
NAJMA, IL GATTO DELLE BOLLE
Lento, il gatto delle bolle si avvicina.
E’ un walzer caraibico fino alla visione che gli interessa.
Si impenna, fa la gobba e si arrotola la coda. Osserva.
La sua è una commovente contemplazione di minuscoli movimenti dal basso verso l’alto, che lo attraggono nella bottiglia. Fermo, rimane così, il capino lieve che si sposta, si abbassa, all’unisono con le rotonde, insignificanti bollicine che attraversano l’acqua.
E’ una meditazione dei sensi, è lo stare, è il perdersi lento in un mare sconosciuto; un quadro esoterico, una miccia, una scintilla da tenere accesa, è lo sbadiglio che si fa presente ogni tanto, è interesse allo stato primordiale.
E io… desidero tanto fondermi con lui, il gatto delle bolle, nella perfezione di questo istante pieno.
TERRA DI MEZZO
C’è gente che cammina alle nove di sera. Non me n’ero mai accorta, non ho mai camminato alle nove di sera a novembre inoltrato, per strade di paese.
So di avere la macchina parcheggiata in quel tal parcheggio, ma so che potrei andare ovunque, solo per camminare.
È buio e la gente al buio si nasconde meglio. Ombre che mi oltrepassano, ne intuisco solo il passo affrettato o lento, le forme che Accennano un movimento, forse ci saluteremmo se fosse giorno.
L’asfalto è incrostato di crepe antiche, cambio marciapiede, uguale. Questo paese avrebbe davvero bisogno di cambiamento, io il cambiamento lo sto accogliendo.
Una terra di mezzo al momento questa via fra il consueto e l’inaspettato.
Rimango qui, nel ciò che è, non si può mai sapere.
I TETTI DEL NORD
I tetti del Nord portano dal cielo ondate di pioggia imminenti, contrastati da terre che non possono più accoglierle. Piangono all’ingiù, cascando e scivolando sugli antichi ricordi degli dei, che dall’alto guardano.
All’interno delle loro case i silenzi potrebbero urlare, stacchi su toni contriti, paurosi, doloranti, davanti a televisioni sempre accese per evitare di mettersi lì, intorno, a vedere davvero cosa si potrebbe fare.
Pause sudate in momenti senza fluidità, solo cibo e calcio e discussioni sui porta-ceneri pieni, non un sussulto, perfino gli occhi vivono finte lacrime da occhi irritati e l’aria è ferma, rimasta così dal tempo della sepoltura, più vivo che mai.
E i tetti continuano a guardare all’ingiù e sopra, i morti, non si scompongono e sorridono delle nostre stronzate paradisiache, di un paradiso che abbiamo a portata di mano e non ci interessa.
E la neve, negli inverni con il tè caldo fra le mani, bofonchia sui tetti del nord e si lascia andare, ovattando i suoni in lontananza. Ma ora è estate e il calore ci scioglie le idee e i pensieri luccicano persistenti, ne siamo capaci, e lo sappiamo, di rimanere ad ascoltare le voci dell’aldilà senza commentare alcunché, solo tenerci le mani, aperti verso l’ignoto.
Soffiando sulle ceneri si potrebbe fare uscire dal camino tutto quello che più non serve, lasciarle salire lente dentro gli anfratti del cemento, si potrebbe poi aggiungere quel legno prezioso rimasto a osservare a lungo accanto al divano; avremmo un nuovo fuoco a ravvivare il luogo del silenzio, con un fumo dolce, su, verso i tetti del Nord.
I tetti del Sud hanno ali bianche spiegate verso l’alto, guance ridenti di sole per accogliere il vento che si adagia piatto sopra di loro. Non c’è spigolo, solo anime che si incontrano fra cielo e cielo, apparecchiando terrazze dai profumi inebrianti, vini dionisiaci con le braccia aperte. I morti e i vivi si cambiano di posto perché è facile raggiungersi sui tetti del Sud. Lo spazio è spazio e canta canzoni a frequenze naturali.
Ci si rilassa sui tetti del Sud, e oltre le finestre grondanti di calore ci sono tavoli imbanditi e giochi d’estate, chimere lasciate scomparire, fandonie che servono solo a riempire un racconto di nulla.
Il silenzio torna intero, senza contrasti, si slegano i lacci che tanto fa paura slacciare e torniamo liberi di respirare e di parlare, quando e solo per piacere.
ON THAT BLUE NOTE
Un piano che da solo accenna note leggere, trasportando su atmosfere emozionali che fanno perdere il senso del reale, o lo riacquistano. Il palco è immerso in una bolla, da fuori si distingue il senso della storia che racconta. Contrabbasso e tromba diventano penne colorate intinte nell’inchiostro dei tasti in bianco e nero. Un calamaio a coda che apre il sipario.
“C’è una strada parigina affiancata da tigli di un verde pregno. Inizio ‘900. Passanti col bavero alzato passeggiano al tramonto affiancati da donne in abiti svolazzanti, con ombrellini colorati dai manici d’avorio. Biciclette scorrono serene e sopra, in sella, i ragazzi tengono il manubrio con una mano sola, la testa voltata indietro, fischiando agli amici in ritardo lungo la via. E’ tiepida l’aria e l’ultimo sole si specchia sulle foglie dei tigli, che si piegano in preghiera, cupole che si agitano sbarazzine come le dita dei tasti di una tromba. Locali e Cafés accolgono tavolini all’aperto in bambù chiaro e fodere porpora. Il vociare è calmo come questa serata di mezza primavera, sale il fumo dei sigari fino ai tigli.
Davanti all’ingresso la fila si fa fitta, lo spettacolo delle 20:30 sta per iniziare. Staccano i biglietti giovani universitari della Sorbona in cerca di soldi facili. Dentro è pura magia, in ghingheri di velluto blu china le poltroncine dei tavolini in legno chiaro, il bancone del bar in stile new York contorna le ultime file. Foto rubate agli artisti del nuovo jazz incorniciano la platea e in alto, in galleria, piccoli tavolini con al centro una lampada dalla luce fioca accolgono i ritardatari. Seduti in coppia o in compagnia, gli spettatori attendono i camerieri in nero per l’ordinazione. Vassoi tondi tenuti in bilico perfetto con una mano sola passano sopra le teste, si appoggiano i bicchieri in sottile silenzio, si spostano posate rallentando il movimento. Non c’è alcun rumore, passi di ballo su note che bastano. E’ una biblioteca di suoni.”
Parigi diventa Milano e Milano Parigi in ogni finale e in ogni nuovo inizio di canzone.
Piano, tromba, contrabbasso.
Contrabbasso, piano, tromba.
Sospesi tutti dentro il sogno che si chiama musica.
Solo i nostri respiri e i gesti delle nostre sagome nella penombra.
There, on That Blue Note.
LE STRADE SCONOSCIUTE
Che bello andare per strade sconosciute, innominate, mai pervenute.
Riportano al senso dell’ignoto e a un non senso che tanto fa respirare.
Nulla da sapere, solo verde e campi e discese di sassi che alternano ruscelli.
Qualche faccia incontrata sul ciglio, qualche bicicletta, cascine perse nel nulla.
Rilassarsi fa mollare la presa, fa dire eccomi qua, è tutto ok, tutto perfetto così come è, anche se lui ancora manca, al cuor non si comanda.
Che bello andare per strade sconosciute, innominate, mai pervenute.
Io il mio nome lo conosco bene e mi piace. Supportarlo è costato caro a volte.
Eppure, in questo crocevia di fine strada, in silenzio, voglio svoltare ancora una volta a destra, verso casa e riprendere il cammino.
Nel sacro ignoto del tutto a venire.
Che bellezza.

DIETRO WAPP

Spesso immagino la vita dentro la chat di wapp. Nomi, facce, tante. Amici, conoscenti. Colleghi, recruiters, corrieri, proprietari di negozi on line, parenti, librai, musicisti conosciuti per caso, nomi che compaiono di fianco ai numeri sui gruppi.
Io me li immagino dietro il medesimo schermo, come quando da bambina mi chiedevo come facessero a stare tutti dentro la televisione.
Immagino la vita nel paese di wapp, tutti on line in una festa comune su un prato gigantesco, radunati intorno a tavoli fatti di parole. E poi aforismi, vignette, citazioni sparse intorno, dappertutto.
Risate, urla di gioia, amoreggiamenti, pianti, pensieri.
Offline, il paese di wapp si ferma nel buio apparente.
Sospensione improvvisa, tutto muto.
Solo una lieve musica indiana proviene da lontano, un sitar e voci unite in canti corali.
Il mondo si unisce in un punto dell’universo, c’è voglia di riscoperta.
Il silenzio, lo spazio, la rigenerazione. C’è voglia di parlare di nuovo e davvero, di dire ciò che arriva da dentro, senza timore.
Si sta anche con la noia, non la si combatte.
Il sitar continua la sua musica e ogni padre in attesa inizia a commuoversi, ogni madre
allarga le braccia in un abbraccio morbido e ancestrale. Tutto ritrova il suo centro.
Basta parlare, cominciare a sentire.
ROBA DA DONNE
Siamo tutte un pó principesse quando varchiamo la soglia dal parrucchiere, meglio se donna.
Pettini, spazzole, schiume e maschere, ci accomodiamo al lavateste pervase dai movimenti intorno, phon accesi e consigli sul colore. E le parole diventano femminili come per magia, quella crema là, o, devi asciugarli a testa in giù, l’olio solo sulle punte, se no si appesantiscono; stasera prima di infilarti il vestito, tirali su con un elastico morbido e mi raccomando l’ombretto sfocato sulle palpebre.
Ho conosciuto quello, sembra interessante mi ha invitato a cena ma domani ho la colonscopia. Tutte zitte alla parola colonscopia, con tutto quello che si porta dietro e dentro il culo.
Noi principesse sappiamo parlare di merda e nel frattempo di profumi e rossetti ed emozionarci per un tramonto sul mare.
Sappiamo, noi principesse, che tutto potrebbe andare storto da un momento all’altro, che i collant potrebbero smagliarsi sul più bello, che il rimmel potrebbe sbavare, che potremmo dimenticare l’elastico morbido in testa, sappiamo soprattutto che la zucca al forno è spesso meglio di una carrozza d’oro e che se perdiamo una scarpa sulle scale, probabilmente nessuno ce la riporterà, se non noi stesse.
Femmine per piacerci, ma con in bocca sempre un pó il desiderio di piacere proprio a quel tipo lì interessante, prima e dopo la colonscopia.
Femmine, che importa.