Aria sulla soglia

Sulla soglia fra l’anno passato e quello presente apro la porta, c’è aria calda che mi investe; leggera e leggiadra, mi porta  gli occhi oltre.
Un respiro che richiede presenza, ho in una mano uno scettro di luce, nell’altra una spada di fuoco.
Mi siedo sulla soglia, guardo, e il mio sguardo arriva ovunque senza stancarsi.
È l’ignoto e stavolta lo accolgo come qualcosa che mette pace, che non si sa e per questo si sa, l’eternità di un momento e l’imparmanente insieme.
Col cuore ricolmo e tutte le possibilità del mondo.
Cheers!

Il Natale dietro l’albero

Dietro l’albero, a ridosso del muro spoglio, metto da sempre meno palline colorate, non si vedono, ho sempre pensato. L’importante è la scena davanti agli occhi, ciò che appare.

Mi sono sempre chiesta come si senta l’altra faccia del pino, chi lo vede dal bianco del muro cosa direbbe?

Voglio mettermi dall’altra parte del Natale, osservando il vuoto dell’albero, voglio mettermi dall’altra parte ascoltando:

tutta la malinconia,

lo spaesamento,

la mancanza,

il silenzio,

l’oscurità.

Come una luna che non può esistere se non grazie alla sua metà.

L’energia dell’autunno

Colori gialli, rossi, mentre il buio arriva e porta altrove. Un’immersione nella notte della vita, un’immersione dentro.

L’autunno non fa scalpore nè scandalo, sembra non succeda niente, eppure porta con sé quel che serve a sentirsi vivi, ovvero la morte.

Tira fuori energie nascoste, troppo facili d’estate. Invoca dei rimasti in paziente attesa dietro i riflettori, non chiama per dimostrare, per farsi notare.

L’autunno è luna, una lanterna che affiora dal profondo ad illuminare l’essenziale.

D’autunno

Oramai siamo vestiti d’autunno, tranne qualche spavaldo in temperatura da T-shirt.
Ci si ritrova nei ristoranti all’interno, manca solo il fumo che esce dai fiati, come d’inverno.

Autunno e sento odore di rosa pervadere la casa la mattina. Casa senza rose, al momento. È un profumo che accompagna, mi segue in bagno, mi osserva. Persiste e non so da dove viene: è buono, avvolgente,
evanescente. Mi tiene stretta nel piacere di sentirlo, nel mistero di conoscerlo.

Rosalba, madre che di rosa sei fatta, sei qui con me?
Sono lontana da me stessa in questo periodo e non posso saperlo.
Lo desidero, come una mano che si appoggia sulla spalla, una ferita curata dal  cuore,  un’ipnosi che andrà per il verso giusto, l’ardore di una comunione di anime, la piena di soddisfazione.

E appunto è equinozio d’autunno, lacrime scendono, non sono convincenti, però, non al punto da addomesticarmi alla resa, fosse solo per una rosa. 

UNA CENA CON MIO FIGLIO

Andante moderato, dopo una giornata di curriculum e nuove prospettive. Una parentesi termale in cui tutto attrae,  ed è vacanza, spazio di campi e succo d’arancia, cieli nuovi, metamorfosi in atto, voglia di costanza.
Lui arriva al ristorante da dietro, quando meno me lo aspetto, ha il colore chiaro di un giovane uomo bellissimo, sul pezzo.
Siamo nel patio all’aperto, poche anime intorno, del vino bianco, una coca cola.

Cosa ci raccontiamo? Sta da suo padre da qualche mese e il desiderio di sentirmi  presente mi attende.
Ha 20 anni e non posso che ascoltarlo, ha 20 anni e il suo viso è quello autentico di uno che sa dove sta andando.
A cosa servo? A niente, un niente così evidente da essere super importante.
Mi racconta del ristorante, il nuovo contratto, settembre.
Gli dico della mia giornata, sono felice.
Lui è lì, davanti a me dall’altra parte del tavolo, io innamorata di lui e della sua esistenza.
Gli dei lo sanno, è un andirivieni che sa sempre stupire, è Amore.

CINCINNATI

Sinner gioca a Cincinnati, il guro del metodo, dell’obbiettivo, del voglio vincere.

Il mio gatto miagola insistente in questi giorni, inquieto e nel bisogno di chissà che.

Nella confusione più totale, l’unica cosa sicura è l’ansia, il respiro corto, i rimandi continui al passato, perché non torna? La riverenza alla mente non mi soddisfa più, ma lei insistente pretende attenzione, interpretazione, analisi; metterci distanza significherebbe vincere, andare avanti.

E avanti cosa sarò? Al momento un fiato corto, ma anche una stella che vuole esplodere, una bambina che vuole indietro i suoi giochi, quelli che le spettano per nascita, la nascita di una stella.

Sarà un trampolino questo sentirmi schiacciata, inesistente? Dovrei smettere di vivere, rimanere ferma e attendere? Qual è la gioia più grande? Immaginarmi nel cielo, ballando su una nuvola.

COM’E’ ANDATO L’INTERVENTO?

Giro intorno a questa camera già da un po’, mancano 5 ore. Gli occhi indagano dalla finestra un posto per andare a fumare, ma mi trattengo e per consolarmi accendo una sigaretta usa e getta al sapore di mirtillo, sperando che la bocchetta antincendio non mi tradisca.

Parametri, pressione, nome e cognome, data di nascita; mi infilano un braccialetto di carta riciclata tipo all-inclusive. La clinica potrebbe essere senz’altro un hotel stellato, non fosse per il letto anti-decubito coi comandi, il trespolo per la flebo e il campanello rosso di richiesta assistenza. C’è un divano azzurro contornato da una struttura in legno quasi altoatesina, profumi e creme nel bagno. E poi c’è Milano, fuori, in una delle sue vesti più attuali, zona residenziale Citylife. Un parco in stile liberty contorna la villa, in passato proprietà degli Alfa Romeo.

Sono le 13:30, decido di spogliarmi e infilarmi il camice ospedaliero. Fantastico un po’ su quel che verrà dopo, quando avrò una seconda anca, nuova di zecca. Mi sento piuttosto rilassata, consapevole.

Eccomi finalmente sul letto trasportabile, accompagnata nel blocco operatorio e sì, non vedo l’ora di attraversare il guado.

Dietro il vetro trasparente una luce calda mi accoglie, l’anestesista si avvicina: “Cosa desidera?”

Desidero ballare su un tappeto di fiori con un vestito ampio di seta, desidero poter camminare così tanto da ritrovarmi stremata e sudata davanti a un lago di montagna, desidero fare capriole nel mare senza timore e lasciarmi andare a ogni avventura possibile.

Al mio silenzio, lui mi guarda sgranando gli occhi e in cambio mi offre un’anestesia spinale, accompagnata da un cocktail endovena potentissimo. I miei occhi cominciano a vagare annacquati per la sala operatoria, si avverte musica da una radio vicina. I medici scherzano, gli assistenti mi preparano, comincio a non sentire più niente dalla vita in giù, resto immobile. Si fa viva l’ansia dell’animale che vuole fuggire dal pericolo. La dichiaro, dura un istante.

L’istante dopo sono oltre; oltre il perimetro delle pareti azzurre di questa stanza, oltre i bisturi e i guanti chirurgici del 7 e mezzo, oltre la musica della radio, i monitor, oltre le finestre che danno sul piano strada. Oltre me.

Sono in luogo indefinito, forse sto dormendo, o forse no. È il sogno vivido di uno spazio ampio, musicale, solare, pieno. Non ricordo altri dettagli, so che c’era una leggerezza mai saputa e aria di festa. Rimango nel sogno il tempo necessario, perché quando mi ridesto, tornando nella stanza, mancano pochissimi minuti alla fine dell’intervento.

È avvenuto qualcosa di inaspettato, mi trovo ora al di là del guado, il viso rilassato, pronta a risalire, a rinascere.

I LUOGHI DELL’ADOLESCENZA

Dove sono finite le storie dei luoghi con le persone che ci hanno lasciato? Scompaiono insieme a loro?

I luoghi dell’adolescenza, le strade di montagna per arrivare alla casa di vacanza, la mini bianca dove la zia ci portava in 6 o 7 per accompagnarci a Esino, i telefoni a gettoni? In quale cantina finiscono le sedie a sdraio fiorate dove ci asciugavamo i capelli al sole io e mia cugina? E i sassi che rotolavano giù dalla discesa, gli amici che arrivavano a prendermi la sera coi maglioni legati in vita.

Sono storie realmente accadute o solo le scene di un film dove gli attori principali sono tutti morti, tranne me?

Mia madre mi mandava a Ortanella da sua sorella per l’estate, trascorrevo le vacanze nell’ appartamento di un caseggiato a ridosso del bosco, senza corrente elettrica e acqua calda. Per riempire la vasca da bagno di acqua bollente ci voleva un’ora buona, nel frattempo la zia faceva il sugo al pomodoro aprendo con cautela la bombola del gas e io e mia cugina preparavamo l’acqua frizzante con l’idrolitina.

Avevamo una piccola tv nera a batterie, sistemata sopra un mobile improvvisato. La casa era fredda, il sole non ci batteva mai durante il giorno, indossavamo strati di maglioni per scaldarci e di notte ci coprivamo con le trapunte fatte da mia nonna. Dopo cena arrivavano gli amici a chiamarmi e si scendeva al bar poco distante, attraversando strade notturne contornate da alberi e pascoli; buie, tranne qualche luce proveniente dalle poche case intorno. Bar Cacciatore diventava così il nostro ritrovo serale, i gelati presi direttamente dal freezer beige in bella vista, la coca cola nei bicchieri sponsorizzati, le teste di cervo appese ai muri, il bagno dove con le amiche ci sistemavamo il trucco. Mia cugina, più piccola di qualche anno, rimaneva a casa, solo qualche volta veniva con me.

I primi amori arrivavano a piedi dal paese sotto, Esino; ci siamo presi tutti la prima sbronza alla festa di compleanno di Rita Grassi e abbiamo fumato le prime sigarette Marlboro rosse sulla panchina del pratone; la roulotte bianca di Bruno e Marisa faceva da cornice al verde dominante, mi chiedevo che vita avessero;  Un’immagine ho nitida nella mente: il cugino di Andrea che meditava sotto le querce. Ero così attratta da quel gesto di solitudine che cominciai a dialogare con la mia anima proprio durante quelle estati. E poi c’erano le candele che accendevamo in casa al posto delle lampade a gas e si creava un’intimità con la montagna che mai dimenticherò.

Mia madre veniva a trovarmi con mio padre e la nonna nei fine settimana; la mamma mi appariva come mai accadeva nel quotidiano della nostra vita a Cesano Maderno. Una donna volenterosa, capace, che portava da mangiare per tutti, attenta nella cura per gli altri. E bella, molto più bella di mia zia. Mi mancava durante quelle estati, ma il desiderio di indipendenza dalla famiglia era di gran lunga più acceso. La nonna era la mia àncora, invece, il porto sicuro, il donnone tutto d’un pezzo che so ci sarebbe sempre stato. Poche moine fra di noi, abbiamo sempre riso moltissimo e vissuto momenti di concreta vicinanza.

Questi luoghi, questi spazi dell’adolescenza in un tempo che mi appare indefinito, esistono ancora?

Sono la testimone di questi luoghi che vivono nel ricordo delle donne più importanti della mia biografia; andate via chiudendo capitoli e pezzi di vita, rimanendo però vivide nelle storie che ci raccontiamo la sera, seduti sui gradini delle scale in giardino a guardar le stelle.

I SUONI DI QUESTA CASA

Attraversare il guado, fare il salto, lo stacco da un lavoro se pur precario a un periodo di rottura come questo.

Sono in cima al monte e ho tutto con me, passato, presente e futuro a cui guardare.

Solo il corpo non è pronto, ancora non è pronto. Sdraiata, mi lascio sprofondare in una nuvola, non c’è più peso. La testa si alleggerisce, le gambe, le braccia, la faccia. Posso rimanere così per un po’, è il momento per farlo. Non c’è bisogno di preoccuparsi, non ora.

Mi metto in ascolto, e arrivano i suoni di questa casa: la scorrevolezza della radio jazz che fa da parafrasi al ticchettio della sveglia che contrappunta col mio respiro. Lo splash delle auto nelle pozzanghere che ravviva il colore delle voci del vicinato, chiudono cassetti, i bambini urlano sommessamente ai richiami della nonna,  il mio acufene sinistro che non smette di farmi da conchiglia.

Chissà quanti sono a vivere nella casa qui sotto: delle volte sono un padre e una figlia che si azzuffano a parole, dove lei piange con una vocina così ruffiana, che sembra la faccia apposta per farsi sentire da lui. Sono entrata in quell’appartamento una volta e la puzza di gatti mi ha stanato i pensieri. Cianfrusaglie ovunque, stoffa di divano impregnata di odore stantio, pezzi di computer, stoviglie e piatti sporchi in bilico sul lavandino. È stato un colpo d’occhio, ci sono rimasta il meno possibile, giusto Il tempo per recuperare la felpa caduta dal balcone. Credo che la ragazzina non possa che piangere in un posto del genere.

Altre volte, nella medesima casa, c’è la nonna coi bimbi piccoli, spostano spesso mobili, corrono, poi improvvisamente ridono, pochissimo dopo piangono. C’è anche un uomo, in altre occasioni, che vede vecchi film western alle 3 del mattino, un sottofondo di fucili e voci di doppiatori antichi, con quel modo di recitare cantilenante e così rassicurante.

Questo sottofondo di vita intorno mi accompagna e più lo ascolto, più sprofondo dentro di me, il respiro si fa più lento, il geroglifico di rughe sulla fronte si distende fino a scomparire, le spalle, i polpacci rilasciano endorfine e mi ritrovo di nuovo in cima al monte e ho tutto con me, passato, presente e futuro a cui guardare.

Gli occhi si chiudono, una leggera vertigine mi coglie, un cane abbaia, una porta si chiude. È latitanza di ansia e di pensieri, solo un enorme sorriso sulla pancia.

LE DONNE DELL’IDROTERAPIA

Le donne dell’idroterapia hanno il costume intero tirato su fino alle ascelle. E non se ne vergognano.

L’altro giorno, come sempre, lascio cappotto e scarpe appesi e metto le ciabatte, quelle rosse dell’estate, ed entro nello spogliatoio. Sono come fiori queste donne sulla sessantina che si preparano ad entrare in acqua. Strabordanti e acciaccate dappertutto, chiudono il lucchetto dell’armadietto sudando, i capelli flosci per l’umidità, alcune truccate con rossetti flash, altre invase da occhiaie cadenti e il dolore in bocca.

In fila davanti alla porta che dà sulla vasca, in attesa che arrivi il minuto desiderato per la seduta, ci scrutiamo appena appena, chiedendoci se è il tempo per aprirla. Occupiamo tanto spazio, le pance flosce, le gambe tornite, che il dolore fisico sia proporzionale al peso?

Sento parole leggere, desiderose di benessere. Mi chiedono che problema ho. Nessuno, rispondo, non fosse per la mia anca malandata, devo essermi ristretta nel tempo e lo spazio fra le ossa si è assottigliato.

Perché ti sei ristretta? Il dolore stringe, restringe, ripiega, comprime.

È l’ora, una dopo l’altra abbassiamo la maniglia e ci riversiamo in vasca. L’acqua è calda, uno stacco dal mondo di pochi minuti fa. Si lascia la gravità che spesso pesantemente ci portiamo appresso e si entra nella dimensione fluida, dove le pance strabordanti e i culi flosci si annullano. Claudia, la maestra, ci invita a camminare su e giù per la piscina, laterale, talloni, punta. Un godimento, questo movimento in 35 gradi, le donne si disperdono, io con loro. C’è una radio accesa con musica in sottofondo, canzoni vecchie, canzoni nuove.

Il dolore di questi anni si è spesso confuso con la magia di certi momenti che ho vissuto, ma mai in pieno. Lui era sempre lì a ricordarmi la sua presenza. Ho dialogato con lui, cosa aveva da dirmi di tanto importante?

Ora come ora, credo mi abbia tenuta in scacco per prepararmi ad altro. Ha fatto in modo di fermarmi perché doveva dirmi, perché dovevo imparare cose su di me. Senza di lui, non sarei quello che sono ora.

La pesantezza del dolore è stata proporzionale alla mia lotta per la leggerezza mentale, mi ha tenuta in pugno annientando i miei sforzi.

L’acqua porta a tutte il sollievo meritato, i movimenti sono lenti, sì, ma condotti in armonia con l’ascolto del corpo, che si lascia condurre e si rilascia. Ci sono svariati attrezzi e una grande vetrata che dà sul giardino del centro, oggi il cielo è terso, sarebbe bello srotolarsi a filo d’acqua e rimanere a guardarlo da qui dentro, ma Claudia riporta sempre l’attenzione all’esercizio successivo, non c’è tempo per trastullarsi.

Ora terminata, si esce ed entra il turno dopo. Lentamente le donne dell’idroterapia lasciano l’acqua, attaccate perlopiù ai sostegni. Il momento riporta improvvisamente alla gravità del corpo e del dolore, che rientra in sé. Ma è una magia poter sentire la rilassatezza di spirito e mente, addormentati dalla dea liquida.  

Una doccia veloce coi corpi nudi, alcuni raggrinziti, alcuni ancora procaci e invitanti, nonostante le rotondità. Ci rivestiamo improvvisando danze tribali, braccia in aria per fare entrare le magliette, tentativi di asciugare la pelle coi phon, piedi in acrobazia per trovare calze, o calzoni.

Qualche parola scambiata per augurarci buona giornata e ognuna, col suo ritmo, ritorna al fare dell’esistenza, esercitando la propria voglia di vivere.