LE SCENE DI UN FILM

Viviamo le scene di un film, ci si può rilassare. Si può lasciare scorrere la pellicola senza giudicare affatto, senza complicare, né forzare.

Gente incazzata, rigida, io stessa incazzata, rigida, poi dolce, poi serena, poi divertita, poi seria, poi donna, poi uomo, poi fragile, poi forte, poi elegante, poi selvaggia, poi straniera a me stessa, poi innamorata.

Tutte scene del nostro sogno personale, un momento è così, l’altro è diverso.

Che c’è di non chiaro. È così.

Abbandoniamo il corpo e la mente a questo e staremmo tutti meglio. Pratichiamo la vita, lasciamoci andare ad essa e la paura sparirà. La vita e la morte sono solo il flusso che ci conduce al momento eterno. Questo.

Scrivo “questo” una riga sopra ed è spuntato il sole.

IL CESSO

Guardo l’acqua che scorre coi profumi comprati su Amazon. Il cesso mi ricorda mia madre, lei ci passava molto tempo, con gli odori che quando entravi dopo, dovevi tapparti per forza il naso.

Uno scroscio di tutti i nostri umori più neri, le scorie del secondo cervello che lasciano il nostro corpo, il cesso è un dio che accoglie tutto di noi e non si lamenta affatto.

Strofino le pareti come se fossero perle da lucidare, immergo il viso nell’acqua ormai pulita e provo ad immaginare il viaggio che conduce la nostra parte peggiore e migliore verso l’infinito, oltre.

I miei intestini si aggrovigliano in emozioni ancestrali, il cuore batte all’impazzata e gli occhi stanno per esplodere in un fiume che dice più di mille parole.

Mia madre passava dalla sedia al cesso in un attimo, con una camminata sicura per arrivare all’obiettivo. Io la seguivo da dietro per paura che cadesse, ma sapevo che non sarebbe mai successo in quel frangente, mi fidavo del suo passo eretto. Aspettavo che terminasse il suo lavoro ed entravo per vedere se avesse bisogno di aiuto. Lei però era già in piedi con le mutande tirate su e la mano sullo sciaquone, senza alcun indugio. Così, per tutto il giorno, quel tragitto al bagno diventava la sua passeggiata di vita.

Lei mi manca immensamente e so che manca anche alle piastrelle del corridoio, e al rumore delle ruote del girello. Manca alle parete verdi del cesso che la circondavano seduta a scaricare i suoi dolori, manca allo specchio che la intravedeva piccina piccina. Manca alla finestra che dà sul giardino, e al lavandino, dove si affacendava traballante per lavarsi il viso. Alla spazzola che teneva in mano e con un colpo, i capelli erano a posto. Alla lacca che spargeva dappertutto e si appiccicava in ogni angolo. Manca al suo dentifricio, al suo spazzolino, al profumo che si metteva al volo, nonostante non uscisse.

Manca, Manca, Manca.

Mi manca scrivere di lei con lei presente, mi manca sapere che domani non la vedrò seduta in poltrona, andando da mio padre. Mi manca il suo abbraccio, il suo respiro caldo, la tenerezza degli ultimi tempi. Non so dire quanto mi manca.

Vorrei che si facesse viva, che mi accarezzasse per dirmi che non sono sola, che lei c’è ancora.

Ma ora, non mi rimane che guardare dritto in fondo al cesso come in uno specchio, e tenermela stretta per l’eterno.

DA QUI SI VEDONO I PINK FLOYD

Eccomi qua, nella maestà di un luogo non ben definito nell’Universo, a improvvisare giornate inaspettate, in uno stare sospesa fra nuvole buone, col pensiero a un dovere che risuona gesti del passato, senza più ragion d’essere.

Svolgo la missione della realtà, cercando disperatamente di toccare terra, rocambolo su me stessa, non mi riesce. Provo a rilassarmi, lascio fluire il tempo, so che posso farcela, anche a non provarci.

Il tempo, il tempo non mi basta per scorrere dal corpo tutta questa energia che sento, il mondo va da un’altra parte. Dire sì, alla vita, a smettere di fumare e mangiare, sì a tutto quello che mi sta aspettando laggiù. Sì, alla musica.

Basta uscire, mettere la testa fuori, prendere la luna in mano, esprimere, volare.

Questo appartamento tra le stelle, che mi racchiude e mi traduce, but I want more.

Metto la mano sul cuore, che tambura battiti innamorati. La sospensione non può durare per sempre e io non sarò mai arrivata a destinazione, mai.

Per ora rimango, da Qui si vedono i Pink Floyd.

SCOPRENDO LA CORSIA DI DESTRA

A velocità moderata ma non troppo, scopro la corsia di destra, quella che non si caga nessuno, ovvero quella che caga il cazzo a tutti.

Lo spazio dell’autostrada mi appare più ampio, mi godo il passaggio, non tanto la meta;  posso alzare gli occhi verso il cielo o all’orizzonte notare il Monte Rosa.

E I tramonti, i tramonti delle 18 in autunno partecipano a ridestare la leggerezza del dopo lavoro e mi ritrovo spesso a credere che il tempo non dipende dalla velocità di crociera e che un posto lo raggiungi comunque all’ora stabilita. Solo che ne hai molto di più per allargare lo sguardo e avere magari un’intuizione.

A volte riesco perfino a rilassarmi, meditando col respiro e a sentire la linfa nei polpacci.

L’autostrada mi diventa amica, mi ritrovo tutt’una con lei, senza panico da prestazione con gli altri. 

Capita di fermarmi in autogrill per un caffè, mi siedo al tavolo con le vetrate che danno sulle pompe di benzina e osservo il via vai di macchine e gente, immaginando perché si trovino lì anche loro, poco prima dell’uscita di viale Certosa. 

In quei momenti prende vita la sensazione del viaggio, in quel transito di camion e macchine verso un dove a me sconosciuto. 

Nel mezzo, coi miei occhi puntati intorno per non perdermi un solo frammento di quella vita che scorre, trovo il mio posto, ferma ad attendere la prossima mossa dell’esistere, ferma ma col piede pronto a muoversi, in un luogo fatto di incontri fugaci, ma intensi, come solo l’istante può dare. 

RIALE

Ancora un po’ di silenzio, please!!

Ancora un po’ di onde di vento a sfiorarmi la pelle. Che il ruscello scorra ancora tenue e leggero giù dalla montagna incantevole, ancora un po’ i miei occhi a respirare le vette verdi e grigie, sulla diga del Morasco.

La mia pancia contiene moltitudini, sento scorrere il flusso, vorrei andare lontano, muovere il destino insieme al corpo verso un dove sconosciuto, ma tenuto insieme con le parole; lasciarmi oltrepassare, scoprire il nuovo di una me senza paura dei riflessi, senza condizionamenti.

Ancora un po’ di silenzio, please!!

Mi conduco, guardando il cielo increspato, profuma il viso come al mare, un cane abbaia, le voci promettono serenità per l’intera giornata.

Fermo lo sguardo sui pini verdastri, fermi i monti a lasciarmi protetta e certa. Mi lascio nelle loro mani che non chiedono altro in cambio almeno per qualche giorno. Li avvolgo, allungando le braccia fin dove è possibile, chiudo gli occhi,

Mi innamoro del mondo.

RITORNO ALLA CASA DEL PADRE

09/08/2022

Esercizio col respiro, torno in quel punto esatto, guardo il tempo da qui, indietro, mica tanto, solo qualche giorno.

Decido di passare le ultime ore di lavoro prima delle ferie da papà. C’è il sacro bisogno di stare con lui, di vederlo muoversi in casa senza mia madre, di respirare l’aria filtrata dalle finestre aperte, senza  voci assordanti che lo chiamano continuamente. Che strano saperlo così, seduto sul divano a fissare il video TV, stabile sui programmi sportivi, fuori dai rosari delle 18 in diretta da Lourdes, chissà a che pensa. Gli manca, non lo dice, ma gli manca, come a tutti noi.

E difatti è così, abbasso la maniglia, entro, la mia solita borsa da gitana gitante in mano, lo trovo seduto sul divano con un programma sportivo.  Tento di srotolare dalle maniche la giornata in ufficio tutta insieme, come al solito. Non è facile dimenticare in pochi minuti lo stress di rimanere 8 ore seduta davanti a uno schermo senza emozioni. Maledetta fretta.

L’atmosfera in casa è ferma sull’arresto cardiaco alle 22:37 del 10 giugno. Ci coinvolge, ci fa tenere gli occhi abbassati sulle foto intorno, o annaspare nel vuoto, ci fa quasi mancare la continua richiesta di attenzione e presenza, almeno a lui, ne sono certa, seduto sul divano con un programma sportivo. Ci fa desistere dal parlare di lei.

Ma io sono lì per un motivo, uno slancio che non ho nemmeno deciso. Mi sistemo armi e bagagli nella cameretta e mi conduco senza saperlo accanto a lui. Gli stringo la mano, gliela tengo stretta, allacciata, sentendo solamente la corrente passare da braccio a braccio, il cuore che ritorna a battere, almeno in quell’angolo di casa con noi due vicini. Rimaniamo così per molto tempo, rinuncio anche a guardare lo smartphone per non perdere la presa. Parliamo, gli chiedo cose, come sta, come si sente, se ha voglia di fare, di uscire di casa. Le risposte non sono così importanti, non tanto quanto l’unione nel momento, quanto il mio sentirmi figlia nuova di un nuovo padre senza più madre fisica, un padre tenero e triste, consapevole della morte.

La sera si festeggia il fratello maggiore, 57 anni, tutti con la torta in mezzo al tavolo. Tutti se ne vanno, tutti tranne chi quella sera doveva esserci, rimanere, 3 fratelli e un padre coi ricordi nelle foto e nelle storie di mare dell’82, l’anno dei mondiali. Lei c’è, mia madre è viva, su quel tavolo come non mai, ne avverto la presenza in maniera quasi tangibile. Ma è altrettanto tangibile il vuoto dei ricordi, quando un viso dei cinque nelle foto è sbiadito, cancellato.

Occorre andare oltre, occorre regolare tutti gli orologi sul cambiamento, occorre sentire l’abbandono, occorre anche sbattere la faccia contro il timore di godere l’assenza di una presenza spesso ingombrante, allarmante, senza sensi di colpa. Occorre lasciare andare.

Lei rimane nel cuore, io ritorno alla casa del padre, trasformandomi.

MILANO NON DISTURBA

Giungono voci dal mercato di Via Sabotino, distinte, educate le une con le altre, anche a distanza. Alcune hanno il sentore genovese di Creuza de Ma, talune volano in Marocco, altre più milanesi canticchiano negli auricolari.

E’ un’aria sommessa, pacata. Provo a trattenere il respiro, rimane uguale. Come se fossero rimasti in pochi in città e gli altri andati chissà dove.

Sarà sto cielo bianco, sospeso da giorni sul non so bene cosa fare.

Al di là delle nuvole c’è una guerra schierata in tv, guerra con lo smartphone in una mano e un trolley rigido nell’altra.

Una bambina ha un unicorno rosa da mostrare al videoreporter, gli unicorni rosa dovrebbero stare nelle pubblicità delle camerette per bambini, non nelle strade bombardate di Kharkiv.

Mi sento testimone della storia. Ci vorrebbero più ragazzi per le strade a quest’ora a Milano, a ballare con la musica a tutto volume e bisognerebbe fare festa, girare con vestiti inzuppati di colori, le trombette fra le labbra.

Ecco giungere d’improvviso il chitarrista col cappello. Troppo triste la tua canzone, puoi fare di meglio, è un obbligo morale.

Un obbligo da donare a chi trasuda fatica e dolore, a chi davvero la guerra la sta facendo e tenta di trasformarla ogni giorno in qualcos’altro

A chi non riscuote successo facile con una storia su Instagram, perché impegnato in una storia molto ma molto meno divertente.

E Milano non disturba e se ne va sulla sua strada e io mi giro con lei.