09/08/2022
Esercizio col respiro, torno in quel punto esatto, guardo il tempo da qui, indietro, mica tanto, solo qualche giorno.
Decido di passare le ultime ore di lavoro prima delle ferie da papà. C’è il sacro bisogno di stare con lui, di vederlo muoversi in casa senza mia madre, di respirare l’aria filtrata dalle finestre aperte, senza voci assordanti che lo chiamano continuamente. Che strano saperlo così, seduto sul divano a fissare il video TV, stabile sui programmi sportivi, fuori dai rosari delle 18 in diretta da Lourdes, chissà a che pensa. Gli manca, non lo dice, ma gli manca, come a tutti noi.
E difatti è così, abbasso la maniglia, entro, la mia solita borsa da gitana gitante in mano, lo trovo seduto sul divano con un programma sportivo. Tento di srotolare dalle maniche la giornata in ufficio tutta insieme, come al solito. Non è facile dimenticare in pochi minuti lo stress di rimanere 8 ore seduta davanti a uno schermo senza emozioni. Maledetta fretta.
L’atmosfera in casa è ferma sull’arresto cardiaco alle 22:37 del 10 giugno. Ci coinvolge, ci fa tenere gli occhi abbassati sulle foto intorno, o annaspare nel vuoto, ci fa quasi mancare la continua richiesta di attenzione e presenza, almeno a lui, ne sono certa, seduto sul divano con un programma sportivo. Ci fa desistere dal parlare di lei.
Ma io sono lì per un motivo, uno slancio che non ho nemmeno deciso. Mi sistemo armi e bagagli nella cameretta e mi conduco senza saperlo accanto a lui. Gli stringo la mano, gliela tengo stretta, allacciata, sentendo solamente la corrente passare da braccio a braccio, il cuore che ritorna a battere, almeno in quell’angolo di casa con noi due vicini. Rimaniamo così per molto tempo, rinuncio anche a guardare lo smartphone per non perdere la presa. Parliamo, gli chiedo cose, come sta, come si sente, se ha voglia di fare, di uscire di casa. Le risposte non sono così importanti, non tanto quanto l’unione nel momento, quanto il mio sentirmi figlia nuova di un nuovo padre senza più madre fisica, un padre tenero e triste, consapevole della morte.
La sera si festeggia il fratello maggiore, 57 anni, tutti con la torta in mezzo al tavolo. Tutti se ne vanno, tutti tranne chi quella sera doveva esserci, rimanere, 3 fratelli e un padre coi ricordi nelle foto e nelle storie di mare dell’82, l’anno dei mondiali. Lei c’è, mia madre è viva, su quel tavolo come non mai, ne avverto la presenza in maniera quasi tangibile. Ma è altrettanto tangibile il vuoto dei ricordi, quando un viso dei cinque nelle foto è sbiadito, cancellato.
Occorre andare oltre, occorre regolare tutti gli orologi sul cambiamento, occorre sentire l’abbandono, occorre anche sbattere la faccia contro il timore di godere l’assenza di una presenza spesso ingombrante, allarmante, senza sensi di colpa. Occorre lasciare andare.
Lei rimane nel cuore, io ritorno alla casa del padre, trasformandomi.