Le donne dell’idroterapia hanno il costume intero tirato su fino alle ascelle. E non se ne vergognano.
L’altro giorno, come sempre, lascio cappotto e scarpe appesi e metto le ciabatte, quelle rosse dell’estate, ed entro nello spogliatoio. Sono come fiori queste donne sulla sessantina che si preparano ad entrare in acqua. Strabordanti e acciaccate dappertutto, chiudono il lucchetto dell’armadietto sudando, i capelli flosci per l’umidità, alcune truccate con rossetti flash, altre invase da occhiaie cadenti e il dolore in bocca.
In fila davanti alla porta che dà sulla vasca, in attesa che arrivi il minuto desiderato per la seduta, ci scrutiamo appena appena, chiedendoci se è il tempo per aprirla. Occupiamo tanto spazio, le pance flosce, le gambe tornite, che il dolore fisico sia proporzionale al peso?
Sento parole leggere, desiderose di benessere. Mi chiedono che problema ho. Nessuno, rispondo, non fosse per la mia anca malandata, devo essermi ristretta nel tempo e lo spazio fra le ossa si è assottigliato.
Perché ti sei ristretta? Il dolore stringe, restringe, ripiega, comprime.
È l’ora, una dopo l’altra abbassiamo la maniglia e ci riversiamo in vasca. L’acqua è calda, uno stacco dal mondo di pochi minuti fa. Si lascia la gravità che spesso pesantemente ci portiamo appresso e si entra nella dimensione fluida, dove le pance strabordanti e i culi flosci si annullano. Claudia, la maestra, ci invita a camminare su e giù per la piscina, laterale, talloni, punta. Un godimento, questo movimento in 35 gradi, le donne si disperdono, io con loro. C’è una radio accesa con musica in sottofondo, canzoni vecchie, canzoni nuove.
Il dolore di questi anni si è spesso confuso con la magia di certi momenti che ho vissuto, ma mai in pieno. Lui era sempre lì a ricordarmi la sua presenza. Ho dialogato con lui, cosa aveva da dirmi di tanto importante?
Ora come ora, credo mi abbia tenuta in scacco per prepararmi ad altro. Ha fatto in modo di fermarmi perché doveva dirmi, perché dovevo imparare cose su di me. Senza di lui, non sarei quello che sono ora.
La pesantezza del dolore è stata proporzionale alla mia lotta per la leggerezza mentale, mi ha tenuta in pugno annientando i miei sforzi.
L’acqua porta a tutte il sollievo meritato, i movimenti sono lenti, sì, ma condotti in armonia con l’ascolto del corpo, che si lascia condurre e si rilascia. Ci sono svariati attrezzi e una grande vetrata che dà sul giardino del centro, oggi il cielo è terso, sarebbe bello srotolarsi a filo d’acqua e rimanere a guardarlo da qui dentro, ma Claudia riporta sempre l’attenzione all’esercizio successivo, non c’è tempo per trastullarsi.
Ora terminata, si esce ed entra il turno dopo. Lentamente le donne dell’idroterapia lasciano l’acqua, attaccate perlopiù ai sostegni. Il momento riporta improvvisamente alla gravità del corpo e del dolore, che rientra in sé. Ma è una magia poter sentire la rilassatezza di spirito e mente, addormentati dalla dea liquida.
Una doccia veloce coi corpi nudi, alcuni raggrinziti, alcuni ancora procaci e invitanti, nonostante le rotondità. Ci rivestiamo improvvisando danze tribali, braccia in aria per fare entrare le magliette, tentativi di asciugare la pelle coi phon, piedi in acrobazia per trovare calze, o calzoni.
Qualche parola scambiata per augurarci buona giornata e ognuna, col suo ritmo, ritorna al fare dell’esistenza, esercitando la propria voglia di vivere.