SCOPRENDO LA CORSIA DI DESTRA

A velocità moderata ma non troppo, scopro la corsia di destra, quella che non si caga nessuno, ovvero quella che caga il cazzo a tutti.

Lo spazio dell’autostrada mi appare più ampio, mi godo il passaggio, non tanto la meta;  posso alzare gli occhi verso il cielo o all’orizzonte notare il Monte Rosa.

E I tramonti, i tramonti delle 18 in autunno partecipano a ridestare la leggerezza del dopo lavoro e mi ritrovo spesso a credere che il tempo non dipende dalla velocità di crociera e che un posto lo raggiungi comunque all’ora stabilita. Solo che ne hai molto di più per allargare lo sguardo e avere magari un’intuizione.

A volte riesco perfino a rilassarmi, meditando col respiro e a sentire la linfa nei polpacci.

L’autostrada mi diventa amica, mi ritrovo tutt’una con lei, senza panico da prestazione con gli altri. 

Capita di fermarmi in autogrill per un caffè, mi siedo al tavolo con le vetrate che danno sulle pompe di benzina e osservo il via vai di macchine e gente, immaginando perché si trovino lì anche loro, poco prima dell’uscita di viale Certosa. 

In quei momenti prende vita la sensazione del viaggio, in quel transito di camion e macchine verso un dove a me sconosciuto. 

Nel mezzo, coi miei occhi puntati intorno per non perdermi un solo frammento di quella vita che scorre, trovo il mio posto, ferma ad attendere la prossima mossa dell’esistere, ferma ma col piede pronto a muoversi, in un luogo fatto di incontri fugaci, ma intensi, come solo l’istante può dare. 

RIALE

Ancora un po’ di silenzio, please!!

Ancora un po’ di onde di vento a sfiorarmi la pelle. Che il ruscello scorra ancora tenue e leggero giù dalla montagna incantevole, ancora un po’ i miei occhi a respirare le vette verdi e grigie, sulla diga del Morasco.

La mia pancia contiene moltitudini, sento scorrere il flusso, vorrei andare lontano, muovere il destino insieme al corpo verso un dove sconosciuto, ma tenuto insieme con le parole; lasciarmi oltrepassare, scoprire il nuovo di una me senza paura dei riflessi, senza condizionamenti.

Ancora un po’ di silenzio, please!!

Mi conduco, guardando il cielo increspato, profuma il viso come al mare, un cane abbaia, le voci promettono serenità per l’intera giornata.

Fermo lo sguardo sui pini verdastri, fermi i monti a lasciarmi protetta e certa. Mi lascio nelle loro mani che non chiedono altro in cambio almeno per qualche giorno. Li avvolgo, allungando le braccia fin dove è possibile, chiudo gli occhi,

Mi innamoro del mondo.

RITORNO ALLA CASA DEL PADRE

09/08/2022

Esercizio col respiro, torno in quel punto esatto, guardo il tempo da qui, indietro, mica tanto, solo qualche giorno.

Decido di passare le ultime ore di lavoro prima delle ferie da papà. C’è il sacro bisogno di stare con lui, di vederlo muoversi in casa senza mia madre, di respirare l’aria filtrata dalle finestre aperte, senza  voci assordanti che lo chiamano continuamente. Che strano saperlo così, seduto sul divano a fissare il video TV, stabile sui programmi sportivi, fuori dai rosari delle 18 in diretta da Lourdes, chissà a che pensa. Gli manca, non lo dice, ma gli manca, come a tutti noi.

E difatti è così, abbasso la maniglia, entro, la mia solita borsa da gitana gitante in mano, lo trovo seduto sul divano con un programma sportivo.  Tento di srotolare dalle maniche la giornata in ufficio tutta insieme, come al solito. Non è facile dimenticare in pochi minuti lo stress di rimanere 8 ore seduta davanti a uno schermo senza emozioni. Maledetta fretta.

L’atmosfera in casa è ferma sull’arresto cardiaco alle 22:37 del 10 giugno. Ci coinvolge, ci fa tenere gli occhi abbassati sulle foto intorno, o annaspare nel vuoto, ci fa quasi mancare la continua richiesta di attenzione e presenza, almeno a lui, ne sono certa, seduto sul divano con un programma sportivo. Ci fa desistere dal parlare di lei.

Ma io sono lì per un motivo, uno slancio che non ho nemmeno deciso. Mi sistemo armi e bagagli nella cameretta e mi conduco senza saperlo accanto a lui. Gli stringo la mano, gliela tengo stretta, allacciata, sentendo solamente la corrente passare da braccio a braccio, il cuore che ritorna a battere, almeno in quell’angolo di casa con noi due vicini. Rimaniamo così per molto tempo, rinuncio anche a guardare lo smartphone per non perdere la presa. Parliamo, gli chiedo cose, come sta, come si sente, se ha voglia di fare, di uscire di casa. Le risposte non sono così importanti, non tanto quanto l’unione nel momento, quanto il mio sentirmi figlia nuova di un nuovo padre senza più madre fisica, un padre tenero e triste, consapevole della morte.

La sera si festeggia il fratello maggiore, 57 anni, tutti con la torta in mezzo al tavolo. Tutti se ne vanno, tutti tranne chi quella sera doveva esserci, rimanere, 3 fratelli e un padre coi ricordi nelle foto e nelle storie di mare dell’82, l’anno dei mondiali. Lei c’è, mia madre è viva, su quel tavolo come non mai, ne avverto la presenza in maniera quasi tangibile. Ma è altrettanto tangibile il vuoto dei ricordi, quando un viso dei cinque nelle foto è sbiadito, cancellato.

Occorre andare oltre, occorre regolare tutti gli orologi sul cambiamento, occorre sentire l’abbandono, occorre anche sbattere la faccia contro il timore di godere l’assenza di una presenza spesso ingombrante, allarmante, senza sensi di colpa. Occorre lasciare andare.

Lei rimane nel cuore, io ritorno alla casa del padre, trasformandomi.

MILANO NON DISTURBA

Giungono voci dal mercato di Via Sabotino, distinte, educate le une con le altre, anche a distanza. Alcune hanno il sentore genovese di Creuza de Ma, talune volano in Marocco, altre più milanesi canticchiano negli auricolari.

E’ un’aria sommessa, pacata. Provo a trattenere il respiro, rimane uguale. Come se fossero rimasti in pochi in città e gli altri andati chissà dove.

Sarà sto cielo bianco, sospeso da giorni sul non so bene cosa fare.

Al di là delle nuvole c’è una guerra schierata in tv, guerra con lo smartphone in una mano e un trolley rigido nell’altra.

Una bambina ha un unicorno rosa da mostrare al videoreporter, gli unicorni rosa dovrebbero stare nelle pubblicità delle camerette per bambini, non nelle strade bombardate di Kharkiv.

Mi sento testimone della storia. Ci vorrebbero più ragazzi per le strade a quest’ora a Milano, a ballare con la musica a tutto volume e bisognerebbe fare festa, girare con vestiti inzuppati di colori, le trombette fra le labbra.

Ecco giungere d’improvviso il chitarrista col cappello. Troppo triste la tua canzone, puoi fare di meglio, è un obbligo morale.

Un obbligo da donare a chi trasuda fatica e dolore, a chi davvero la guerra la sta facendo e tenta di trasformarla ogni giorno in qualcos’altro

A chi non riscuote successo facile con una storia su Instagram, perché impegnato in una storia molto ma molto meno divertente.

E Milano non disturba e se ne va sulla sua strada e io mi giro con lei.