Giro intorno a questa camera già da un po’, mancano 5 ore. Gli occhi indagano dalla finestra un posto per andare a fumare, ma mi trattengo e per consolarmi accendo una sigaretta usa e getta al sapore di mirtillo, sperando che la bocchetta antincendio non mi tradisca.
Parametri, pressione, nome e cognome, data di nascita; mi infilano un braccialetto di carta riciclata tipo all-inclusive. La clinica potrebbe essere senz’altro un hotel stellato, non fosse per il letto anti-decubito coi comandi, il trespolo per la flebo e il campanello rosso di richiesta assistenza. C’è un divano azzurro contornato da una struttura in legno quasi altoatesina, profumi e creme nel bagno. E poi c’è Milano, fuori, in una delle sue vesti più attuali, zona residenziale Citylife. Un parco in stile liberty contorna la villa, in passato proprietà degli Alfa Romeo.
Sono le 13:30, decido di spogliarmi e infilarmi il camice ospedaliero. Fantastico un po’ su quel che verrà dopo, quando avrò una seconda anca, nuova di zecca. Mi sento piuttosto rilassata, consapevole.
Eccomi finalmente sul letto trasportabile, accompagnata nel blocco operatorio e sì, non vedo l’ora di attraversare il guado.
Dietro il vetro trasparente una luce calda mi accoglie, l’anestesista si avvicina: “Cosa desidera?”
Desidero ballare su un tappeto di fiori con un vestito ampio di seta, desidero poter camminare così tanto da ritrovarmi stremata e sudata davanti a un lago di montagna, desidero fare capriole nel mare senza timore e lasciarmi andare a ogni avventura possibile.
Al mio silenzio, lui mi guarda sgranando gli occhi e in cambio mi offre un’anestesia spinale, accompagnata da un cocktail endovena potentissimo. I miei occhi cominciano a vagare annacquati per la sala operatoria, si avverte musica da una radio vicina. I medici scherzano, gli assistenti mi preparano, comincio a non sentire più niente dalla vita in giù, resto immobile. Si fa viva l’ansia dell’animale che vuole fuggire dal pericolo. La dichiaro, dura un istante.
L’istante dopo sono oltre; oltre il perimetro delle pareti azzurre di questa stanza, oltre i bisturi e i guanti chirurgici del 7 e mezzo, oltre la musica della radio, i monitor, oltre le finestre che danno sul piano strada. Oltre me.
Sono in luogo indefinito, forse sto dormendo, o forse no. È il sogno vivido di uno spazio ampio, musicale, solare, pieno. Non ricordo altri dettagli, so che c’era una leggerezza mai saputa e aria di festa. Rimango nel sogno il tempo necessario, perché quando mi ridesto, tornando nella stanza, mancano pochissimi minuti alla fine dell’intervento.
È avvenuto qualcosa di inaspettato, mi trovo ora al di là del guado, il viso rilassato, pronta a risalire, a rinascere.
Bellissimo racconto di vita vera, brava Monica sei molto brava e mi hai regalato un’emozione. Grazie ❤️
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