Dove sono finite le storie dei luoghi con le persone che ci hanno lasciato? Scompaiono insieme a loro?
I luoghi dell’adolescenza, le strade di montagna per arrivare alla casa di vacanza, la mini bianca dove la zia ci portava in 6 o 7 per accompagnarci a Esino, i telefoni a gettoni? In quale cantina finiscono le sedie a sdraio fiorate dove ci asciugavamo i capelli al sole io e mia cugina? E i sassi che rotolavano giù dalla discesa, gli amici che arrivavano a prendermi la sera coi maglioni legati in vita.
Sono storie realmente accadute o solo le scene di un film dove gli attori principali sono tutti morti, tranne me?
Mia madre mi mandava a Ortanella da sua sorella per l’estate, trascorrevo le vacanze nell’ appartamento di un caseggiato a ridosso del bosco, senza corrente elettrica e acqua calda. Per riempire la vasca da bagno di acqua bollente ci voleva un’ora buona, nel frattempo la zia faceva il sugo al pomodoro aprendo con cautela la bombola del gas e io e mia cugina preparavamo l’acqua frizzante con l’idrolitina.
Avevamo una piccola tv nera a batterie, sistemata sopra un mobile improvvisato. La casa era fredda, il sole non ci batteva mai durante il giorno, indossavamo strati di maglioni per scaldarci e di notte ci coprivamo con le trapunte fatte da mia nonna. Dopo cena arrivavano gli amici a chiamarmi e si scendeva al bar poco distante, attraversando strade notturne contornate da alberi e pascoli; buie, tranne qualche luce proveniente dalle poche case intorno. Bar Cacciatore diventava così il nostro ritrovo serale, i gelati presi direttamente dal freezer beige in bella vista, la coca cola nei bicchieri sponsorizzati, le teste di cervo appese ai muri, il bagno dove con le amiche ci sistemavamo il trucco. Mia cugina, più piccola di qualche anno, rimaneva a casa, solo qualche volta veniva con me.
I primi amori arrivavano a piedi dal paese sotto, Esino; ci siamo presi tutti la prima sbronza alla festa di compleanno di Rita Grassi e abbiamo fumato le prime sigarette Marlboro rosse sulla panchina del pratone; la roulotte bianca di Bruno e Marisa faceva da cornice al verde dominante, mi chiedevo che vita avessero; Un’immagine ho nitida nella mente: il cugino di Andrea che meditava sotto le querce. Ero così attratta da quel gesto di solitudine che cominciai a dialogare con la mia anima proprio durante quelle estati. E poi c’erano le candele che accendevamo in casa al posto delle lampade a gas e si creava un’intimità con la montagna che mai dimenticherò.
Mia madre veniva a trovarmi con mio padre e la nonna nei fine settimana; la mamma mi appariva come mai accadeva nel quotidiano della nostra vita a Cesano Maderno. Una donna volenterosa, capace, che portava da mangiare per tutti, attenta nella cura per gli altri. E bella, molto più bella di mia zia. Mi mancava durante quelle estati, ma il desiderio di indipendenza dalla famiglia era di gran lunga più acceso. La nonna era la mia àncora, invece, il porto sicuro, il donnone tutto d’un pezzo che so ci sarebbe sempre stato. Poche moine fra di noi, abbiamo sempre riso moltissimo e vissuto momenti di concreta vicinanza.
Questi luoghi, questi spazi dell’adolescenza in un tempo che mi appare indefinito, esistono ancora?
Sono la testimone di questi luoghi che vivono nel ricordo delle donne più importanti della mia biografia; andate via chiudendo capitoli e pezzi di vita, rimanendo però vivide nelle storie che ci raccontiamo la sera, seduti sui gradini delle scale in giardino a guardar le stelle.