Attraversare il guado, fare il salto, lo stacco da un lavoro se pur precario a un periodo di rottura come questo.
Sono in cima al monte e ho tutto con me, passato, presente e futuro a cui guardare.
Solo il corpo non è pronto, ancora non è pronto. Sdraiata, mi lascio sprofondare in una nuvola, non c’è più peso. La testa si alleggerisce, le gambe, le braccia, la faccia. Posso rimanere così per un po’, è il momento per farlo. Non c’è bisogno di preoccuparsi, non ora.
Mi metto in ascolto, e arrivano i suoni di questa casa: la scorrevolezza della radio jazz che fa da parafrasi al ticchettio della sveglia che contrappunta col mio respiro. Lo splash delle auto nelle pozzanghere che ravviva il colore delle voci del vicinato, chiudono cassetti, i bambini urlano sommessamente ai richiami della nonna, il mio acufene sinistro che non smette di farmi da conchiglia.
Chissà quanti sono a vivere nella casa qui sotto: delle volte sono un padre e una figlia che si azzuffano a parole, dove lei piange con una vocina così ruffiana, che sembra la faccia apposta per farsi sentire da lui. Sono entrata in quell’appartamento una volta e la puzza di gatti mi ha stanato i pensieri. Cianfrusaglie ovunque, stoffa di divano impregnata di odore stantio, pezzi di computer, stoviglie e piatti sporchi in bilico sul lavandino. È stato un colpo d’occhio, ci sono rimasta il meno possibile, giusto Il tempo per recuperare la felpa caduta dal balcone. Credo che la ragazzina non possa che piangere in un posto del genere.
Altre volte, nella medesima casa, c’è la nonna coi bimbi piccoli, spostano spesso mobili, corrono, poi improvvisamente ridono, pochissimo dopo piangono. C’è anche un uomo, in altre occasioni, che vede vecchi film western alle 3 del mattino, un sottofondo di fucili e voci di doppiatori antichi, con quel modo di recitare cantilenante e così rassicurante.
Questo sottofondo di vita intorno mi accompagna e più lo ascolto, più sprofondo dentro di me, il respiro si fa più lento, il geroglifico di rughe sulla fronte si distende fino a scomparire, le spalle, i polpacci rilasciano endorfine e mi ritrovo di nuovo in cima al monte e ho tutto con me, passato, presente e futuro a cui guardare.
Gli occhi si chiudono, una leggera vertigine mi coglie, un cane abbaia, una porta si chiude. È latitanza di ansia e di pensieri, solo un enorme sorriso sulla pancia.